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La Parola di Hyst – Parte Prima



Cassandra era la figlia di Priamo. Sacerdotessa di Apollo e riconosciuta come veggente, annunciò la distruzione di Troia per mano di Ulisse, ma purtroppo non venne ascoltata.
Il suo è il mito di colei che mette in guardia gli altri dal pericolo incombente, ma le persone nell’illusione del benessere non ascoltano le sue parole.
Hyst presenta il suo nuovo disco Mantra come un oggetto prezioso, custodito in una confezione curata nel dettaglio e con un contenuto ancora più ancestrale, spirituale, quasi oracolare. È un disco complesso, introspettivo, che mira all’inconscio, che parla all’anima con voce pura e limpida come l’acqua in cui si specchiò Narciso. È la custodia di una profezia (tra sprazzi di realtà e intuizioni future).
Sarà la Cassandra del nostro secolo?

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Mantra è letteralmente “il veicolo o strumento del pensiero o del pensare”. È questa la funzione del tuo disco?

No, in realtà non è tanto per dichiarare quello che doveva essere la funzione del disco, anche perché sarebbe un po’ presuntuoso. Era più che altro per dire che in generale sia la parola scritta, sia quella verbalizzata ha un suo potere, quasi indipendentemente dal fatto che uno ce lo voglia dare. Dichiarare quindi che io sono consapevole che la parola ha questo potere, significava anche ammettere la responsabilità di quello che viene detto. Questo lo dico perché mi capita molto spesso di sentire pezzi (soprattutto nel rap), album, se non addirittura alcune carriere fondate su parole buttate un po’ là, che se uno avvertisse questa responsabilità forse ci penserebbe due volte prima di dirle.
Aldilà della qualità della parola, della grammatica o del lessico, il fatto è che le parole portano con sé dei valori, delle immagini, creano cultura. Quando un rapper emette migliaia di parole, dovrebbe porsi il problema di come sta cambiando la cultura, di quali valori sta diffondendo. È un po’ come le scorie, la propria spazzatura: se uno continua a buttare in giro materiali inquinanti prima o poi si troverà in un mondo pieno di merda e si renderà conto che forse doveva pensarci prima.

Adesso Scrivo sembra essere un’indicazione quasi trascendentale per scrivere un pezzo rap. Io ho avuto due collegamenti in merito:
1. Il titolo del disco
2. Il Pezzo Rap di Ghemon

Non mi sono rifatto al pezzo di Ghemon. Ce l’ho ben presente, ma non era quello ribaltato in maniera seria, diciamo. Per quanto riguarda l’effetto “tutorial” su come scrivere e sul fatto che ci sia qualcosa di mistico, sì, altrimenti non avrei utilizzato in mezzo richiami alla religione o simili. Ci sono tutte una serie di frasi molto più pratiche, molto più tecniche: “trova il flow”, “trova il respiro tuo”, “trova i termini originali, le parole che vuoi usare”, ecc; ma c’è anche il tentativo di toccare il cuore. Non è un caso che la nostra religione definisca il messaggio di Cristo e di Dio come “parola”, “verbo”. Tutto viene riassunto in questi termini.

Mi interessava sapere se la percezione dell’ascoltatore è la stessa di chi ha scritto il pezzo.

Se lo è mi fai un grande complimento. Vuol dire che sono andato vicino al risultato.

Nei tarocchi c’è un collegamento tra due arcani maggiori: uno rappresenta l’intelletto e la fertilità astratta del poter concepire idee e costruire raziocino; l’altro rappresenta l’azione, la praticità, la messa in atto. In Adesso Scrivo e Adesso Parlo ci trovo lo stesso dualismo. Cosa ne pensi?

È quasi un doppio intro, diciamo. I due pezzi possono essere letti come primo e secondo tempo di un unico brano. In questo l’intenzione è quella di aprire e dare gli strumenti di lettura dell’album. Quindi ti annuncio che scriverò e scriverò all’interno di questi parametri. In Adesso Parlo ci sono tutta una serie di passaggi in cui cercavo di rendere chiaro che il motivo per il quale sono interessato a certi aspetti socio-politici del mondo che ci circonda, sono sempre motivi che hanno origine nel sentire, nelle emozioni. Io mi incazzo, perché amo; sento frustrazione, perché vedo difficoltà.

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