MUSIC

Kool Herc, l’intervista!

Scritto il 10/01/14 da Davide Deiv Agazzi

Non capita tutti i giorni di incontrare il padre fondatore di una rivoluzione culturale, e pochi movimenti possono dire di aver avuto un tale impatto sulla società negli ultimi 40 anni come lo ha avuto l’hip hop.

Anzi, a pensarci bene, direi nessuno.

Il mio professore di fisica alle superiori, che tutto faceva fuor che insegnare la fisica, mi lasciò al quinto anno con un quesito che non ho mai risolto: le idee nascono dalle rivoluzioni o sono le rivoluzioni a nascere dalle idee?

Non l’ho ancora capito, ma in questo caso la rivoluzione nasce da un’idea, un’intuizione: quella del break strumentale e della sua glorificazione. La pensata originale è quella del Merry-go-round ovvero una sequenza mixata dei break strumentali di alcuni brani celebri di allora (siamo nei primissimi anni ’70) come The Mexican dei Babe Ruth, Give it up or turn it loose di James Brown e Bongo Rock della Incredible Bongo Band.

Ovvero i break che hanno dato vita a metà dei pezzi rap del pianeta.

L’evoluzione di quella intuizione consiste nel suonare due copie dello stesso disco, creando de-facto un loop virtualmente infinito realizzato col medesimo break, anticipando quella che sarà la natura dei campionatori e la cultura del sampling.

Ogni rivoluzione ha anche un tempo ed un luogo d’origine: parliamo del mitico party dell’11 agosto 1973 al 1520 di Segwick Avenue, ovvero l’indirizzo di casa di Kool Herc nel Bronx.

Il resto lo racconta lo stesso Herc in questa chiacchierata.

Buona lettura.

Come sta andando in Italia fino ad ora?

Bene, molto bene.

Quindi sei stato protagonista di un incontro oggi pomeriggio?

C’è stata una sessione di domande e risposte ed il responso è stato davvero buono. Ho detto ai ragazzi come mi sentivo e sono molto felice di essere qui adesso perchè le persone qui a Milano mi han dato davvero un caloroso benvenuto.

Che tipo di domande hai ricevuto, cosa ti chiedevano?

Mi hanno chiesto come mi senta rispetto all’hip hop adesso, e quali siano le mie opinioni in merito.

Sai, abbiamo un presidente hip hop adesso.. il signor Obama! E lui è un tipo fico. Questa è la prima volta che un Presidente degli Stati Uniti possiede e riconosce la Cultura Hip Hop e gli artisti che appartengono a quella cultura. Questa è davvero una grande cosa per l’hip hop.

Siamo qui a celebrare i 40 anni di cultura hip hop. Mi piacerebbe cominciare questa intervista chiedendoti qual è lo stato dell’hip hop nel 2013, secondo te.

Fantastico. Abbiamo persone in tv, abbiamo magnati, abbiamo creato..un’industria, un libro paga e questa è storia. Siamo ad Hollywood, siamo in tv, abbiamo un sacco di imprenditori, e questo è grandioso. Amalo o odialo, questo è l’hip hop: le star del cinema!

Cosa ricordi in particolare di quel famoso party del 1973 che è poi passato alla storia?

E’ come se me ne fossi appena andato. C’erano tutti lì, ognuno si stava divertendo. Si tratta dei giovani e di stare insieme.. sai, come il sogno di Martin Luther King che vede il bambino bianco ed il bambino nero fare un dj set assieme..rappare assieme. L’hip hop è rivolto ai giovani e a coloro che sono giovani di cuore.

In quello storico party, in quel momento, ti rendevi conto che stavi facendo la storia?

No, assolutamente no. Non era prevedibile, non si poteva prevedere. Solo gli anni ed i decenni successivi ti dimostreranno la passione di quel che hai fatto. E l’accettazione che questa cosa ha avuto tra le persone: le persone che l’hanno resa possibile e l’hanno apprezzata, e che hanno permesso che io sia qui, oggi.

Quando hai realizzato che la tua idea, la tua innovazione, stava veramente dando vita ad una rivoluzione artistica?

Oh, io l’ho visto ma oggi le persone hanno un problema con questa storia.

Perchè?

Non lo so ma questa cosa è triste. E’ davvero triste. E questo mi insegna che non tutti ti ameranno, non tutti ti apprezzeranno. Ma tutte queste persone qui a Milano sono venute per darmi affetto e questo nessuno me lo può togliere. Ed è qui che mi troverai. Ho avuto umili origini e continuo nel mio percorso di umiltà.

Mi stai quindi dicendo che ci sono persone che non riconoscono la tua riv..

Sì! Esatto! Se ne stanno su internet a dar fiato alle loro bocche!

E cosa dicono?

Vai su internet! A me non interessa.

Ma tu, quando hai visto i primi frutti della tua rivoluzione?

Quando ho visto Fred Flinstone e Barney Rubble in una pubblicità di Madison Avenue. (celebre strada di New York dedicata allo shopping e simbolo del materialismo e del consumismo americano)

Lì l’ho capito.

Quando l’ho vista.. ho pensato alla gioventù ed al “cattivo uso” che se ne fa. Non voglio indugiare troppo su questo argomento perchè.. è conosciuto da tutti.. ma dovrebbe esserci più “famiglia”, più senso dello stare insieme, non dovrebbero esserci uccisioni. Dovrebbe esserci più umiltà, non dovrebbero esserci gang, non dovrebbe esserci un atteggiamento del tipo “io sono meglio di te”, abbiamo qualcosa in comune qui, siamo come un movimento. Io non gli ho mai dato un nome, ma la società ha deciso di chiamarlo hip hop, nella sua forma più basica, e di questo io sono responsabile. L’hip hop è per i bambini e, lo ripeto, per i giovani di cuore.

Quando hai sentito la parola hip hop per la prima volta?

In un disco rock, un disco rock che conteneva la parola hip hop. Poi arrivarono Lovebug Starski e Busy Bee Starski e si misero a litigare per quest’osso. A me non frega niente, possono contenderselo loro. Quello è il loro contributo all’hip hop, io non ho niente a che vedere con quello. Io ne sono l’architetto, io ne sono il programma, lo schema di progettazione.

Quando sei arrivato nel Bronx dalla Giamaica, che ambiente hai trovato? Che posto era?

Ottimo! Io ero in cerca del quartiere di Dennis The Menace (Dennis La Minaccia) ma non l’ho trovato! Era esattamente come la Giamaica. C’era il ghetto, la upper class e la lower class: io stavo nella middle class.

Quali sono le influenze che hai portato dalla Giamaica nell’hip hop?

Le influenze di mio padre. Sono arrivato negli Stati Uniti per cercare una vita migliore, come tutti coloro che sono andati negli Stati Uniti. Io arrivo dall’isola che ha creato la reggae music e dal reggae poi è arrivato lo ska e, dopo, la bossanova. Queste sono le influenze che mi sono portato da casa. E poi, ovviamente, c’è James Brown.

Come ti è venuta l’idea di isolare – e dare così risalto – al break strumentale della canzone?

Guardavo le persone ballare, perchè io sono come un pastore, osservo il mio gregge: e vedo come sono e cosa piace a loro, gli parlo. Mi sono applicato per loro e quello che ho fatto è stato apprezzato, ed è ancora apprezzato oggi.

Credi che ci sia un messaggio nell’hip hop?

Un messaggio nell’hip hop? Il messaggio è lo stile di vita, è qualunque messaggio esca da quello stile, si tratta di persone che comunicano fra loro. Vuoi dare un messaggio all’hip hop? Come vi trattate fra di voi, quello è il messaggio.

Quale credi che sia la tua eredità, oggi?

Voglio che la mia gente sia diverta. Voglio che si trattino bene fra loro.

All’inizio dell’intervista mi parlavi di Obama.

Esatto.

Sei soddisfatto delle sue politiche?

Sì, lui è il mio Presidente.

Hai votato per lui?

Sì.

Perchè non hai mai inciso un disco?

Il mio disco è l’hip hop.

Ahah!

Prova a fare meglio!

Che tipo di sentimenti provi verso l’industria musicale? Perchè, sai, oggi l’hip hop è una cosa così grossa che..

Ascolta, io non ho niente a che fare con quello. Quelli sono loro, e io non ho niente a che fare con loro. Io non sono rilevante per loro perchè se io fossi lo fossi stato, allora anche loro avrebbero avuto un modo diverso di far parte della cultura.

E questo è quanto.

Che altro farai a New York per questi 40 anni di cultura hip hop?

Vivrò la mia vità. Hai visto quello che ho creato? E quanto è piaciuto alle persone?

Questo è quello che farò.

Quale credi che sia stata la cosa migliore che hai ricevuto dalla gente, qui a Milano?

L’accettazione. L’apprezzamento. L’amore, l’energia. Voglio andare dove tutti conoscono il mio nome, dove tutti sono felici della mia presenza e questo è quanto. L’amore è stato tantissimo, l’ho apprezzato davvero tanto.

Chi sono i tuoi mc preferiti?

Quelli senza contratto.

Ma se dovessi farti dei nomi direi Chris Brown, Too Short, Rebel Diaz, e..molti altri. Magari di molti non conosco il nome ma mi piacciono.

Da ultimo volevo ringraziarti per questa cosa che hai creato, e questo va al di fuori dell’intervista, è stato un onore conoscerti.

Grazie, lo apprezzo. Dio dice di non deturpare il suo nome ed io dico la stessa cosa dell’hip hop: non deturparne il nome. Amalo, apprezzalo, fallo arrivare al prossimo: questo è quel che conta. Fallo arrivare ai giovani, è l’unica cosa che conta. Io sono qui solo grazie al passaporto che mi ha dato l’hip hop: non dovrei essere qui, ma la gente ha apprezzato quel che ho fatto e quindi eccomi qua. E lo sento, lo vedo, posso toccarlo. I soldi non posso comprare questa cosa, ed è così che voglio concludere la mia storia.

Le fotografie dell’articolo sono di Anya Baglioni.

Grazie a Sara Rubistone per l’aiuto in fase di traduzione.

Un grazie sentito a Yared per la fantastica opportunità.

Davide Deiv Agazzi Autore

Davide Deiv Agazzi
Giornalista, dj, music lover, soul brother. Lo scribacchino di Gold, imbrattacarte di professione, ama anche la ciccia, il vino rosso ed un altro paio di cose che qui sarebbe meglio non dire. Ha creato Local Heroes e, alla quarta birra, potrebbe anche vantarsene.

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