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SubUnderground – Charlie Dakilo è Così Se Vi Pare



Qual è la motivazione per la quale una persona già sovrastata da innumerevoli suoni, immagini o lettere diverse dovrebbe interessarsi a qualcuno che non ha già una garanzia di qualità semplicemente scandendo il proprio nome?

La risposta è la fame.

L’appetito della conoscenza che passa attraverso la scoperta, l’assimilazione e alla fine la critica.

Nel momento in cui dalla penombra dell’anonimato si espone una nuova voce, il brivido di essere tra i pochi a poter esibire il proprio pollice in alto o in basso è tra le cose che gratifica di più un cultore.

È un moto continuo quello che stimola l’interesse nell’addentrarsi sempre più in profondità alla ricerca di qualcosa che sia migliore della precedente.

Un lupo affamato che non è mai sazio e che non si accontenta di un gregge, ma che cerca la pecora prelibata.

Questo è il luogo in cui la luce che filtra è flebile e solo l’opinione di chi ha quell’appetenza insaziabile potrà illuminare questo sottobosco inquinato da abbaglianti voci solenni.

Gli artisti emergenti, i nuovi conigli bianchi che sbucano da una tana troppo vasta per essere notati, ma che ponendosi sotto la giusta prospettiva potrebbero diventare come Giacomo Cannas: numero 1.

È un perpetuo talent show personale:

Affina lo sguardo, aguzza l’orecchio.

Da un piccolo capoluogo Charlie Dakilo, rapper fiorentino che non è un king, ha fatto un disco col cuore e la testa.

Hai deciso di sfruttare l’intro del disco, rappando un intero pezzo, invece di lasciare solo una strumentale, in modo tale da sintetizzare il concept dell’album già dall’inizio: “Non sono il king, non ho una label, ma ho fatto un disco con tutto me dentro”: qual è la mira se non quella di essere il migliore sulla scena ed arrivare ad un traguardo come una label?

Credo che l’obiettivo che ogni artista auspica di raggiungere è quello di essere riconoscibile dalla scena, però ecco… A me non me ne frega un cazzo. Io ho sempre fatto rap per me stesso, senza pretendere di essere il migliore. L’unica mira che ho è quella di arrivare alle persone che mi ascoltano.
Sicuramente l’intento del disco non è quella di trovare un’etichetta o una qualsiasi forma di promozione grossa: l’ho fatto perché ne avevo bisogno. Su questo disco ci ho lavorato due anni, ritoccando frasi e parole. Il mio primo obiettivo è che sia comprensibile per le persone che lo ascoltano e, ovvio, piaccia anche.

Il titolo del disco è una citazione da una delle più importanti opere di Pirandello: in che modo hai strutturato il parallelismo tra il disco e il libro?

Non c’è un vero e proprio parallelismo. Nel disco ho riportato la tematica del libro, ovvero di esporre una verità soggettiva: ognuno ha la propria verità ed è per questo che è relativa. Ho sfruttato questo concetto pirandelliano per proporre la mia verità sui vari argomenti che ho affrontato nei pezzi. Un altro risvolto è quello citato nel titolo del disco: Così È Se Vi Pare, se vi piace bene, se no sticazzi.

Pur essendo un lavoro da solista, hai deciso di inserire numerosi feat da artisti che ruotano all’interno della scena fiorentina. Per quale motivo non hai deciso di estendere le tue collaborazioni su un piano nazionale?

In primo luogo la motivazione è che non sono in particolare confidenza con nessuno di noto nella scena nazionale; poi non mi piace l’idea di pagare le featuring o sfruttare la notorietà di un altro, per risaltare me stesso. Le featuring più belle sono quelle che nascono spontanee. L’unico che mi aveva proposto una collaborazione era Inoki, ma per il fatto che non sono una persona che insiste o telefona in continuazione, non si è realizzata. Se viene bene, se no niente: non sarà un feat che mi svolterà la carriera.

Il fatto di aver scelto basi che spaziano su più generi musicali, rende il disco eterogeneo, ma allo stesso tempo rischia di non riuscire a delineare un’identità ben definita. Qual è l’elemento che caratterizza il disco dall’inizio alla fine?

Il fattore che lo caratterizza e che unisce tutti i pezzi è la libertà di poter scrivere dove ti ispira scrivere. In due anni le influenze musicali sono molte, anche perché ho molti amici che fanno musica e spesso me la fanno ascoltare. Quindi alla fine, ci sono dei periodi in cui ti poni più da ascoltatore in cui ti prendi bene per un filone o un genere: allo stesso modo per la scrittura. Non mi sono voluto limitare nel dare un suono omogeneo a tutto il disco. Ho scelto tre/quattro produttori e nel momento in cui la base mi piaceva ci scrivevo sopra, senza forzarmi nel dare al disco un’unica sfumatura sonora.

Charlie-Dakilo-1

Pensi che l’intercalare fiorentino si presti alle metriche del rap?

Dipende. Per il mio gusto personale, tutti i dialetti vanno saputi dosare, riuscendo ad arrivare un po’ a tutti. Il dialetto contestualizza il posto da cui provieni e quindi anche chi ti ascolta: se fai un disco in napoletano, chi si ascolterà maggiormente il disco sarà napoletano. Nella giusta maniera secondo me va benissimo. I romani quando rappano si sente molto il loro intercalare, ma non limita il loro ascolto: forse perché è più vicino all’italiano o perché è più assimilato.

In un periodo in cui il rap ha una massiccia inflazione, quale credi sia l’elemento che possa far spiccare un disco dall’underground?

Non so se un disco dal niente possa riuscire a emergere così tanto senza essere spinto dagli addetti ai lavori. Credo che le persone si nutrano di quello che gli viene dato. Se il tuo disco non viene segnalato, molto probabilmente nessuno lo conoscerà mai. Forse un tempo sarebbe stato possibile farsi conoscere partendo da zero, ma adesso se non sei sui maggiori siti di rap italiano, nessuno sa che esisti.

Cosa ti aspetti da questo disco?

Mi aspetto poco, ma spero che mi possa far suonare un po’ di più fuori da Firenze, oltre queste mura che abbiamo. Vorrei allontanarmi dalla mia città. A parte questo le aspettative sono solo quelle di far conoscere di più la mia musica, con tutta la mia modestia.

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