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GLI SPAZI GOLD

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Manifesto

Poltrona d’ufficio, antifobico privato. L’orologio ticchetta nella stanza scandendo con esattezza il trascorrere del tempo. La batteria lo alimenta senza dubbio alcuno sull’etica di quel girare. Fuori dalla logica della vista sgobbano gli ingranaggi, con tempi e modi costanti. Monotoni. E non filtra passione dalla routine lavorativa.
Al di là del vetro pasticciato si dà un senso a quell’implacabile avanzare, persone attente ammassano storie che renderanno unico uno qualsiasi di quei rintocchi. Cambieranno la biografia di un mezzogiorno, con la svolta colorante di un’idea innovativa.
Questo è dunque il nostro scopo: nel Paese della consuetudine, portare l’odore sconosciuto della novità.
Ed è per tutti coloro i quali vedranno nel nostro operare il qualunquismo della moda e la sfacciataggine quasi delinquenziale dell’esser giovani che prosegue il nostro Progetto, col fine ultimo del convincimento. Per troppo tempo questa realtà ha vissuto nel timore del nuovo, come se l’esser giovani fosse motivo di vergogna e la diversità di vedute sintomo di una natura pericolosa.
Noi parliamo a tutti, ripudiamo il disprezzo generazionale e ci sforziamo, con la voglia irriducibile di chi vive in una realtà chiusa, di cambiare fin dalla radice questo anacronistico pensare.
Coloreremo dunque le grigie pareti delle vostre città con lo spruzzo preciso ed esatto di chi ha già in mente il disegno, cambieremo i contesti e il vostro camminare non sarà più lo stesso. Una volta qualcuno disse che il nostro Paese è come un tapis-rouland sopra il quale volenterosi soggetti si affannano per sommare passi che non avranno altro scopo dell’affaticare, tutti quei chilometri, tutte quelle calorie, hanno sofferto l’identico fallimento.
Contro la stasi e contro i retaggi si muove il goldiano esercizio, battaglia di menti e sincronismo d’obiettivi. La decennale fragilità fotografica di questo Paese si sgretolerà sotto i colpi innovatori che infliggeremo, chirurgia essenziale di matite e cervelli. Divaricheremo e squarceremo il silenzio conservatore attraverso una nuova sociologia.