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Perdonerete la patetica divagazione pseudo poetica del titolo, ma se all’uscita dal cinema ieri sera (notte) qualcuno mi avesse chiesto quale fosse stato l’aspetto del film che più di tutti mi aveva colpito, avrei senza dubbio risposto “la neve”. La neve che cade lentamente su di una Los Angeles molto meno viva rispetto a quella…

Blade Runner 2049 – La neve è più lenta della pioggia

Scritto il 9/10/17 da Matteo Cabiola

Perdonerete la patetica divagazione pseudo poetica del titolo, ma se all’uscita dal cinema ieri sera (notte) qualcuno mi avesse chiesto quale fosse stato l’aspetto del film che più di tutti mi aveva colpito, avrei senza dubbio risposto “la neve”.

La neve che cade lentamente su di una Los Angeles molto meno viva rispetto a quella raffigurata da Scott nell’originale capolavoro del 1982, un film che, per inciso, è da decenni nella mia personale classifica degli “irrinunciabili”, ovvero quei film che devono essere visti se desideri il mio rispetto almeno a livello popculturale.

Laddove Ridley Scott affidava ad una pioggia battente il compito di serrare il cuore dello spettatore in una morsa ferrea e claustrofobica, pur riempiendo ogni inquadratura urbana di vita, di gente, di frenesia, il francocanadese Villeneuve lascia che sia la silenziosa discesa dei candidi(?) fiocchi a fare da cornice ad una LA quanto mai muta, deserta, morta.

La neve, a differenza della pioggia, “si prende il suo tempo” per arrivare fino a noi, allo stesso modo questo sequel ha bisogno di più tempo per compiere la sua missione.

La durata del film, eccessiva, è perfettamente in linea con le scelte “meteo” del suo regista, tanto che a volte la pellicola pare incartarsi su se stessa come, appunto, un fiocco di neve fin troppo leggero che scendendo diviene preda di qualsiasi alito di vento lo colpisca.

Con la differenza che questo film non è per nulla leggero, anzi, Villeneuve mette tantissima carne al fuoco, pur conservando una struttura narrativa mediamente semplice.

Se nell’originale si dibatteva in sostanza solo dell’essere o non essere, con meno teschi Shakespeariani e più auto volanti, qui abbiamo una ridda di temi sviluppati più o meno bene che vanno a riempire le quasi tre ore di pellicola.

Ancora una volta ci chiediamo cosa significhi essere umani, con l’aggiunta basilare della domanda “esiste un atto indispensabile per considerarsi tali?”, ma non è tutto.

Abbiamo una inaspettatamente piacevole riflessione sull’emergere di nuovi tipi di rapporti amorosi, messi intelligentemente in correlazione con il tema delle IA, c’è un sottotesto ecopolitico magari più evidente a livello visivo ma meno a livello strutturale rispetto a quello suggerito da Scott nel 1982, abbiamo una sinistra rappresentazione delle smanie divine dell’uomo, nella persona del classico “scienziato pazzo col complesso di Dio” (interpretato da un ingombrantissimo, sia in senso positivo che negativo, Jared Leto) ma soprattutto abbiamo davanti un film che, questo almeno è quello che mi ha comunicato, ci dice come fare un sequel.

Sì, avete capito bene, in mezzo a tutti quei temi giganteschi ciò che più di ogni altra cosa ha raggiunto la mia sensibilità di appassionato -assolutamente non esperto- è proprio il sottotesto metacinematografico che permea l’intera operazione Blade Runner 2049.

Ora, voglio essere chiaro e ripeterlo, questa è una cosa che IO ho percepito, potrei anche essermela sognata chiaro? Anzi è probabile che stia, come sempre, vaneggiando. Ma andiamo con ordine.

Questo film si prende la briga di dirci che, se proprio vogliamo mettere le mani su di un classico per proseguirlo artisticamente e commercialmente, l’unica via d’azione tollerabile e percorribile è quella di farne un figlio.

Così come un figlio è carne della carne dei suoi genitori e, a tutti gli effetti, ne è la continuazione pur restando un’entità totalmente separata da loro, così BR2049 è “figlio” del cult anni 80.

Un figlio che a tratti è simile a mamma e papà, a tratti non li ricorda affatto.
Un figlio che ricerca i genitori e che in seguito funge per questi ultimi da guida.

Un figlio che sorprende, dimostrando a tutti che non è quello che ti aspettavi, ma tutt’altro. Ma che allo stesso tempo, una volta privato del suo ruolo “istituzionale”, può essere guida non solo per chi lo ha legittimamente creato ma anche per chi in sala è seduto a seguirne le gesta.

Blade Runner 2049 accompagna lentamente per mano il vecchio e lo porta a conoscere il nuovo, esaurendo così il suo compito e lasciando spazio a ciò che, inevitabilmente, verrà dopo.

Ora, si potrebbero passare mesi a discutere del pericolo di “televisionizzazione” del cinema (date un’occhiata alla divertente e pungente recensione di Alò di BadTaste a questo proposito), ma la mia posizione di partenza sarebbe poco oggettiva, essendo io un grande amante dei franchise hollywoodiani.

Questo film cammina nel solco di quello che è oggigiorno il cinema americano, lascia la porta obbligatoriamente aperta ad altro (sequel? spin off? chi lo sa) e, come detto, si pone come ponte fra la vecchia guardia e la nuova guardia.

Ed è un male? Un bene?

Non ne ho assolutamente idea, quindi smettiamola di chiedercelo, almeno finchè continueranno ad uscire bei film, film come questo Blade Runner 2049.

Che sì, avrà i suoi bei difetti, avrà senza dubbio dei dialoghi immensamente meno segnanti rispetto al primo capitolo, avrà anche dei momenti di trascinamento innegabili e i faccioni a volte insopportabili di Gosling e Leto a riempire lo schermo, ma è comunque un bellissimo film.

Ed un bel film non è mai un errore.

Matteo Cabiola Autore

Matteo Cabiola
Detto prosaicamente Teo, 30 something che si vanta di sapere un sacco di cose sui fumetti e sul cinema, di avere mille passioni ed hobbies ma che in realtà è interessato solo alle tette. Dal vivo è più grasso.

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