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Chi mi conosce lo sa: se c’è una cosa che prendo sul serio sono proprio le cazzate. In questi ultimi quindici anni abbiamo visto consacrarsi a livello globale, in maniera definitiva il genere supereoistico, cosa che a molti fa storcere la bocca, ma a me regala solo grandi gioie, sebbene alternate da delusioni inerenti ad…

La Civil War dei cinecomics la vince il #TeamMarvel

Scritto il 19/05/16 da Omar Rashid

Chi mi conosce lo sa: se c’è una cosa che prendo sul serio sono proprio le cazzate.

In questi ultimi quindici anni abbiamo visto consacrarsi a livello globale, in maniera definitiva il genere supereoistico, cosa che a molti fa storcere la bocca, ma a me regala solo grandi gioie, sebbene alternate da delusioni inerenti ad aspettative disattese.

Ma proprio perché dividersi su qualsiasi tematica, insieme al morire, pare essere il trend del 2016, vorrei sviscerare alcune riflessioni che ho fatto in proposito.

Ho già espresso le mie considerazioni riguardo a Lo chiamavano Jeeg Robot, ma vorrei sottolineare un aspetto ulteriore riguardo alla pellicola di Mainetti e il filone dei cinecomics.

Per ciò che mi riguarda non basta un tizio con la maschera (o quel che è) a definire il cine-fumetto, anzi penso che ci sia da fare una distinzione a monte: ci sono film che affrontano la tematica del supereroe e ci sono i cinecomics.

Mi spiego meglio.

Che piaccia o no, il fenomeno supereroistico è una cosa che esiste. Ha avuto un impatto socio-culturale in America sin dagli anni ’30 (potete leggere il lungo approfondimento che abbiamo pubblicato qualche anno fa) e ha un impatto reale nella società attuale, come viene raccontato magistralmente dal documentario Superheroes della HBO.

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E in quanto fenomeno trovo più che giusto che la settima arte lo racconti.

Ma sono pochi i film d’autore che affrontano il tema.

Giusto per chiarire meglio la cosa, quelli che per me sono opere degne di nota a livello cinematografico sono film come Defendor di Peter Stebbings, Super di James Gunn, Chronicle di Josh Trank, Birdman di Alejandro González Iñárritu e pochi altri (ovviamente ci metto anche il film di Mainetti e quello di Salvatores – che proprio non capisco perché sia così odiato) per ciò che riguarda la tematica slegata da personaggi pop.

Attenzione, non sto dicendo che i film che contengono personaggi come Batman o Spiderman non abbiano valore autoriale, ma che comunque il prodotto che ne viene fuori è (non sempre) un’ altra cosa, o quantomeno nascono già come prodotti commerciali destinati alla massa e come tali andrebbero considerati.

Cerco di andare ancora più nel dettaglio.

Personalmente, tralasciando i film pre-duemila, dove sicuramente l’approccio era totalmente diverso, credo che gli Spiderman di Sam Raimi (escluso il terzo), l’Hulk di Ang Lee e – forse – i primi due X-Men di Brian Singer, possano considerarsi film d’autore (vorrei sottolineare che considero come tali anche i Batman di Tim Burton e, con tutti i paragoni del caso, anche il Superman di Richard Donner).

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Infatti a suo tempo fecero storcere non poco la bocca ai fan delle versioni cartacee proprio per l’eccessiva interpretazione da parte dei registi rispetto alla versione “originale”.

Sì, lo so che anche in tutti gli altri film che sono usciti c’è una reinterpretazione, ma se mi fate finire spiego meglio quello che voglio dire.

Tutti i film che sono usciti da Iron Man in poi, sempre secondo il mio modestissimo parere, vanno letti in un altro modo: sono parte di un nuovo medium per storie e personaggi che hanno sempre vissuto sulla carta stampata.

Grazie alla Marvel è stato sdoganato un nuovo formato che è sia cinema che fumetto, il cinecomics appunto.

Ciò vuol dire che sono film di merda? No. Assolutamente no.
Ma vanno visti in un’altra ottica, ovvero come qualcosa più vicino alla serie TV che al cinema.

Esattamente come è successo con le serie TV, che si sono trasformate da rospi a principi dell’intrattenimento, sta avvenendo un qualcosa di simile nel cinema, creando all’interno delle sue mille sfaccettature anche lo spazio per dei prodotti seriali che, in modo sempre più netto, stanno diventando monchi se presi a se.

Siamo davanti ad un nuovo concetto di prodotto di intrattenimento basato su una narrazione transmediale che si alterna dal piccolo al grande schermo, contaminandosi con il web o i videogames e passando talvolta anche dalla carta stampata (esistono alcuni fumetti che vanno a riempire dei vuoti che a volte si creano tra un film e l’altro).

Non dico che queste operazioni sono del tutto innovative, dopotutto Star Wars e la trilogia di Matrix hanno fatto esattamente la stessa cosa, ma la differenza qui è che “giochiamo” con personaggi e storie che comunque fanno parte del tessuto sociale americano prima, e globale poi.

Si tratta di una vera e propria “mitologia” moderna che si basa su eroi con cui sono cresciute almeno quattro o cinque generazioni.

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Proprio per questo c’è una grande affezione da parte del pubblico per alcuni aspetti dei personaggi e nascono discussioni infinite quando qualche elemento presente nel fumetto viene stravolto nella trasposizione cinematografica.

Non è certo una novità che il cambio di medium sconvolga l’opera originale e, esattamente come trovo insensato paragonare un libro con un film, ritengo altrettanto inutile fare dei paralleli tra un fumetto e un’opera cinematografica o una serie tv.

È proprio la peculiarità del mezzo che detta i paletti, sono proprio i limiti che mettono l’autore davanti ad una sfida, il cui risultato potrà essere o non essere superiore all’opera originale.

Premesso tutto questo, vorrei ribadire che io amo il cinema e allo stesso tempo adoro i cinecomics, semplicemente li prendo per ciò che sono, esattamente come adoro i fumetti ma, tranne rari casi (vedi Watchmen di Alan Moore che risulta nella classifica di TIME Magazine dei “100 migliori romanzi in lingua inglese dal 1923 ad oggi”), difficilmente li metto a confronto con delle opere letterarie.

Visto che l’ho citato, non inserisco nel discorso sui cinecomics Whatchmen di Zack Snyder perché, diciamolo una volta per tutte, funziona solo quando ricalca in maniera didascalica l’opera di Alan Moore; ogni volta che c’è il tocco del pupillo della Warner/DC (povera DC) è un disastro, ma come lui stesso ha ammesso, l’unico modo in cui riesce a dirigere tali pellicole è basandosi il più possibile su quell’estetica.

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Ma perché la Marvel è l’unica ad aver capito le regole di questo nuovo gioco?

Spiego meglio.

Quest’anno, -tralasciando Deadpool di Tim Miller e Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti che per motivi diversi fanno un po’ storia a se-, abbiamo assistito ad una vera e propria Civil War tra case di produzioni cinematografiche, nello specifico tra Marvel, Fox e Warner/DC.

Nel giro di due mesi sono uscite tre pellicole che è impossibile non mettere a confronto: Batman v Superman: Down of Justice di Zack Snyder, Captain America: Civil War dei fratelli Russo e X-men: Apocalypse di Brian Singer.

Le tre pellicole vedono, per motivi differenti, i supereroi che abbiamo conosciuto in questi anni scontrarsi tra loro.

Premesso che la Warner/DC sembra aver cercato in tutti i modi di mettersi a confronto con la Marvel (devono avere un dipartimento droghe incredibile nei loro sudios), non solo non sono stati in grado di tirar fuori una pellicola decente in quanto tale, ma hanno creato una confusione pazzesca cercando di creare un universo composito, cosa che alla Marvel è riuscita alla grande, senza la benché minima idea di dove andare a parare (o perlomeno questo è ciò che sono riusciti a trasmettere).

La cosa che mi lascia allibito è che, non solo si prendono troppo sul serio (attirandosi quindi giustamente le critiche per i buchi logici e per tutti i difetti che ha la pellicola), ma come si sono giocati male le carte che avevano in mano: Batman e Superman sono tra le icone pop più conosciute al mondo.

Proprio per la transmedialità del prodotto, l’intrattenimento di tali opere nasce anni prima sul web (basti pensare ad Avengers: Infinity War parte 1 che uscirà nel 2018 ed ha già iniziato a creare hype ancor prima dell’inizio delle riprese) e in questo la Marvel, al contrario della DC, è stata geniale e lungimirante con la campagna Chose your team che ha letteralmente spaccato il suo pubblico in #TeamCap e #TeamIronMan (per la cronaca io sono #TeamCap).

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Il film della Marvel, considerando quanto detto fino ad ora, è perfetto.

Prima di scrivere questo post mi sono rivisto tutti i film della Marvel del MCU (Marvel Cinematic Universe che per chi ancora non lo sapesse non ha niente a che vedere con i prodotti Sony o Fox come i pessimi The Amazing Spiderman di Marc Webb, tutta la saga degli X-Men e l’abominevole Fantastic 4 di Josh Trank), dal primo Iron Man all’ultimo Captain America, e se li consideriamo come parti di un prodotto seriale unico e non tredici film autonomi, seppur con qualche passo falso, funzionano perfettamente.

Quando introducono un personaggio nuovo, vedi Black Panther, lo riescono a caratterizzare benissimo in pochi secondi e, quando ci lasciano con qualche questione aperta, ci hanno abituato al fatto che verrà poi approfondita al momento giusto.

Senza poi contare il lavoro incredibile che hanno fatto sul piccolo schermo con le serie Netflix di Daredevil e Jessica Jones (non cito Agents of S.H.I.E.L.D. perché sono troppo indietro) che hanno allargato il pubblico andando a coprire anche quel target più maturo che non cerca solo il puro intrattenimento, ma mantenendo tutto coerente all’interno dell’universo che hanno costruito negli anni.

Il problema della Warner/DC invece è proprio a monte.

Credo che il problema nasca con i Batman di Christofer Nolan.

Quei tre film (due buoni e uno pessimo) hanno dettato il mood realistico o, come piace a molti definirlo, dark, cosa che poi la DC ha deciso di adottare per i suoi prodotti decretando che l’universo composito difeso dalla Justice League dovesse essere più “vicino” al nostro mondo.

Ma mentre un personaggio come Batman è dark di suo e si presta di più ad un contesto verosimile (ricordiamoci che Bruce Wayne non ha poteri), come posso pensare di prendere sul serio un tizio palestrato con la tutina blu e il mantello rosso?

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Neanche desaturando in maniera eccessiva i colori del film si riesce a rendere plausibile quanto si vede sullo schermo.

Inoltre la disgiunzione totale tra le pellicole cinematografiche e le serie TV (prevalentemente pessime tra l’altro) rende ancora più caotica la costituzione di questo universo composito che con estremo ritardo si sono accorti di dover realizzare.

Sicuramente l’assenza di una persona al comando dell’intero progetto è un problema non da poco.

Infatti, come dicevo precedentemente, se prendiamo l’insieme di film come un prodotto unico, seppur si discostino molto nello stile tra loro, vediamo che i prodotti del Marvel Cinematic Universe hanno al timone il produttore Kevin Feige e la sua visione chiara dell’opera di insieme viene fuori in modo limpido.

E quindi un film scanzonato come i Guardiani della Galassia di James Gunn (a mio avviso il miglior film Marvel, forse proprio perché quasi nessuno conosceva i personaggi) sta benissimo accanto ad un film con i toni decisamente più da spy-movie come Captain America: The Winter Soldier dei fratelli Russo o ad un film corale come The Avengers di Joss Whedon.

Rivendendoli tutti devo dire che, giustamente, i film della prima fase erano molto più stand alone, mentre quest’ultimo Captain America: Civil War è forse il primo film che decreta in modo definito la necessaria conoscenza di quanto avvenuto fino ad ora, indirizzandosi quindi verso una nicchia ben definita di fan.

Il modo corretto di vederlo è come una bellissima puntata di una serie che ci piace, come ad esempio le puntate di Desmond della mitica serie Lost che prese fuori contesto lasciano il tempo che trovano.

Cosa invece che non è assolutamente riuscita al franchise degli X-men.

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Infatti, nonostante sia il prodotto seriale più longevo (il primo film è del 2000), non sono stati assolutamente in grado di creare una continuity coerente tra i loro vari film (e qui teoricamente andrebbero inclusi anche Deadpool e Fantastic 4), probabilmente sempre per l’assenza di una persona al timone.

Sicuramente è una serie che ha molto più da dire rispetto ai suoi competitor, anche perché la questione dei mutanti è un parallelismo con la tematica del pregiudizio verso il diverso, cosa comunque non da poco.

Purtroppo il problema nasce quando queste tematiche vengono abbandonate totalmente a favore del puro intrattenimento, come nell’ultimo X-men: Apocalypse, film brutto ma decisamente migliore di Batman v Superman: Down of Justice (perlomeno non si prende sul serio – ho adorato la battuta di Jean Grey sul Ritorno dello Jedi).

Infatti quello che vediamo è solo un’accozzaglia di supereroi che se le danno perché un cattivo ad un certo punto si sveglia e vuole distruggere il mondo, senza capire minimamente le sue motivazioni o quelle di chi si schiera con lui.

In Captain America: Civil War invece la motivazione dello scontro ha super senso e anche la location dell’aeroporto, che nei trailer faceva un po’ storcere la bocca, si rivela perfetta ai fini della trama, così come il finale aperto che ci prepara ad una fase successiva di tutto il Marvel Cinematic Universe.

Le motivazioni dello scontro di Batman v Superman: Down of Justice invece sono così ridicole che prendono un senso solo perché grazie alla bruttezza di quel film il web ci ha regalato un video così bello:

Le conclusioni riguardo agli ultimi tre blockbuster vedono quindi in netto vantaggio la Marvel rispetto ai suoi due concorrenti, proprio perché appunto hanno una direzione chiara.

Anche la tanto decantata questione dei villain inconsistenti del MCU è relativa, se si considera Thanos come il vero cattivo della “serie”.

Rimango sempre dell’idea che la cosa più saggia che possano fare Fox e Warner/DC sia quella di vendere alla Disney o quantomeno farsi produrre da loro, conclusione a cui è arrivata la Sony con Spiderman che, nonostante si veda che sia stato inserito frettolosamente in quest’ultimo film (la CGI è abbastanza terribile), fa ben sperare perché si percepisce quantomeno una direzione ponderata per il personaggio.

Insomma, alla fine della fiera, quelle che dovevano essere alcune considerazioni sono diventate un vero e proprio trattato sul cinecomics, ma ci tenevo a riversarle in un testo perché è comunque un argomento che mi sta a cuore, ma sempre con la consapevolezza che si tratta di superfluo, ma come diceva Oscar Wilde “Nella vita moderna il superfluo è tutto”.

Omar Rashid Autore

Omar Rashid
È il gran capo e fondatore di GOLD,‭ ‬scrive di tutto e gestisce‭ ‬il circo dei cervelli di questo splendido progetto.‭