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Intervista a Vanni Santoni “Ecco il mio Muro di casse”

Scritto il 5/06/15 da Redazione

Cos’è Muro di casse?

Muro di casse è un romanzo ambientato nel mondo delle feste, intese nel senso di free party, teknival, free tekno. Insomma, quelli noti comunemente come ‘rave’.

Dici romanzo, ma ho sentito parlare anche di ‘ibrido’ e ‘oggetto narrativo’.

Muro di casse include parti saggistiche, elementi di reportage, versi e un apparato documentale, e inserisce il tutto all’interno della narrazione romanzesca per raccontare quello che è stato il mondo della free tekno e della cultura rave dai primi anni ’90 a oggi. Nonostante ciò a mio vedere resta romanzo, dato che si tratta di una forma che ormai riesce a contenere di tutto, senza per questo snaturarsi.

Vanni Santoni

Alcuni hanno scritto che sarebbe ‘il romanzo definitivo sulla free tekno’.

Non so se è definitivo, sicuramente cerca di abbracciare tutti gli aspetti del movimento, e lo fa tramite una campionatura. Ho capito presto che la forma e la storia del fenomeno rendeva impossibile mapparlo in modo completo: le feste sono state migliaia, tanto nelle grandi città d’Europa quanto nelle più remote zone di provincia, centinaia le crew, infinite le ibridazioni, gli incontri, le unioni, gli scismi… A parte il momento chiave – quel festival di Castlemorton del 1992 in cui, seguendo un’intuizione lisergica, i soundsystem Spiral Tribe, Circus Warp, Circus Normal, Bedlam e Adrenaline portarono la techno fra i traveller e i vecchi freak, facendo nascere così la free tekno – il movimento si è sparso per l’Europa come una nube di spore, e quindi usare un approccio analitico sarebbe stato ingenuo, avrebbe portato sempre a risultati incompleti. Solo con un romanzo si poteva ‘dare l’idea’ di cosa è stata questa lunghissima e selvaggia stagione – anche per il carattere sincretico del movimento.

In che senso sincretico?

La free tekno ha in sé elementi di cultura giamaicana (il ‘muro’ di speaker e l’idea di portarlo negli spazi pubblici), di punk (il DiY, parte dell’estetica e anche quella certa nota di nichilismo), di hippie (il nomadismo, il comunitarismo utopico, la psichedelia) e disco (la musica elettronica). Inoltre è il primo movimento giovanile e popolare che segna un dominio delle nuove tecnologie digitali, e un nuovo rapporto con gli spazi: riappropriazione ma anche rimappatura, riposizionamento al centro della scena di periferie, industrie smesse, luoghi remoti. La free tekno è stata una ‘cosa nuova’ ma anche qualcosa di assolutamente ibrido.

Bene, ma il romanzo di che parla?

Muro di casse, in buona sostanza, è la storia di un tizio che vuole scrivere un libro sulle feste. Allora, dopo essersi svegliato ancora mezzo in botta su un divano scassato in mezzo a un festone, comincia a raccogliere storie. Incontrerà tre personaggi chiave, che rappresentano tre vicende umane legate a quel mondo e lo raccontano da tre diversi punti di vista: c’è Iacopo, che è il semplice frequentatore, e rappresenta la dimensione sensuale; Cleo, una persona che ha preso parte all’organizzazione di feste arrivando da un percorso politico, che rappresenta la dimensione intellettuale; infine Viridiana, quella che ha fatto dei free party uno stile di vita a 360°, che rappresenta la dimensione spirituale.

Muro di Classe

Perché hai deciso di ambientare un romanzo in questa scena?

Mi irritava il divario tra la narrazione puerile che ne facevano i media e la complessità del fenomeno. Una vera e propria avanguardia contemporanea spacciata per marginalità, oppure direttamente marginalizzata e repressa. Poi, ed è la cosa più importante per uno scrittor, perché un movimento vasto, transnazionale, meticcio e delirante è sempre un enorme contenitore di storie, e molte le avevo vissute in prima persona.

Se io fossi un baby raver ti farei la fatidica domanda: da quanti anni vai alle feste?

Mi sa che la prima volta che andai in uno di quei capannoni dell’Osmannoro – o forse chissà era la Fabbrica dei Frutti Canditi, me la evocava Ale degli OTK quando ci parlavo per farmi fornire un po’ di dati tecnici sulla strumentazione… – era il ’96, quindi ormai fanno diciannove anni.

Le Osiris D3 le hai?

Mai avute. Se proprio lo vuoi sapere ho un paio di calzoncini Kani ma li uso solo per fare sport. Dai, stiamo seri.

Ok. Allora ti chiedo se hai gli altri libri Solaris. Perché Muro di casse inaugura assieme a altri una nuova collana, no? 

Sì, Muro di casse fa parte, assieme a Sottofondo italiano di Giorgio Falco, Stato di minorità di Daniele Giglioli e I destini generali di Guido Mazzoni, della nuova collana Solaris di Laterza, dedicata proprio alle narrazioni ibride della contemporaneità. Sono tutti e tre eccellenti, mi sento in ottima compagnia.

Alcuni recensori hanno rimarcato lo stile particolare di Muro di casse: scrittura ‘alta’ mista a un dialogato secco e gergale.

Sì, c’è questo contrasto tra descrizioni complesse, con frasi lunghe, a volte liriche, e un dialogato invece laconico, dialettale, amplificato dall’uso di termini tecnici della ‘scena’: serve a riflettere un aspetto chiave di un free party, il fatto che si tratta di contesti dove è facile avere esperienza sia del ‘degenero’ peggiore sia di una bellezza straziante e assoluta.

Nel romanzo ricorre l’idea di un’età dell’oro dei rave, ormai perduta. C’è stata? Quando?

È sempre difficile localizzare le età dell’oro, anche perché sono sempre un po’ mitologiche. Sicuramente nel caso della free tekno, una cesura tra quando era controcultura radicale e quando è diventata una semplice subcultura, esiste. Le feste tekno nei locali, se ci pensi, sono una contraddizione dei principi fondanti di messa in discussione del sistema dell’intrattenimento, dei consumi, del concetto di ‘tempo del divertimento’ su cui si fondava il movimento. In questo romanzo però piuttosto che sacralizzare il passato, ho provato a spostare l’età d’oro e collocarla tra il 2000 e il 2007: per certi versi un’eresia, visto che già allora, alle feste, tutti, io compreso, dicevano ‘non è più come una volta’. Ma per quanto in quel periodo il movimento fosse già in parte compromesso, dall’altro aveva anche raggiunto una piena maturità formale: in quel periodo ci furono eventi di portata grandiosa, che però avvenivano mentre si parlava già addirittura di ‘morte’ della tekno. La mitizzazione del ‘prima’ rischia di creare delle gerarchie, delle specie di ‘gradi’ del teknuso – e io invece credo che tutte le gerarchie debbano essere distrutte e tutti i gradi strappati, specie se si parla di manifestazioni libertarie come i free party.

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