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frenopersciacalli, tutto attaccato, tutto minuscolo.



Impariamo a guardare.

Sono molto affascinata dagli artisti che attraverso il loro tratto personale e riconoscibile, cercano di raccontare la vita delle persone. frenopersciacalli (tutto attaccato, tutto minuscolo) è uno di quelli. Ha imparato soprattutto guardando e incamerando l’arte che gli ruotava intorno.

Cresciuto in un ambiente profondamente stimolante, da genitori restauratori, ha respirato fin da piccolo diverse forme di espressione, motivo per cui lui stesso non ama etichettarsi e porta avanti i suoi progetti senza limiti e vincoli stilistici.

Come è iniziato il tuo percorso artistico?

Guardando.
In famiglia dipingevano o disegnavano tutti. Dal mio guardare erano bravi tutti, ciò che usciva dalle mani di mio fratello mi sembrava magia, una mano felice. Un fumettista satirico nato.
Aggrappato a quel tecnigrafo ho guardato e per molto tempo non mi sono sentito all’altezza. Avevo voglia ma non mi sentivo capace, un disaccordo. Una resistenza.

In più ho avuto la fortuna di crescere a Firenze, città ottusa per certi versi istituzionali ma ricca di opere e di sperimentazione contemporanea.
A questo si è aggiunto che entrambi i miei genitori quest’arte del passato la conoscessero, la restaurassero addirittura.
Crocifissioni, battaglie, ritratti, pale d’altare, trinità… io le guardavo, potevo toccarli.

Una delle esperienze più incredibili fu quando mio padre mi chiese di accompagnarlo alla Galleria dell’Accademia a prelevare un quadro per un restauro; me lo fece staccare a me dalla parete, dal chiodo, dalla sua sacralità. Un quadro, come tanti che conoscevo.
Poi a casa invece libri, Mirò, Paul Klee, Francis Bacon, Pablo Picasso, Marino Marini, Giacometti  poi i fumetti di mio fratello: Moebius, Pratt, Pazienza, Toppi… guardavo.
Loro dipingevano quadri contemporanei e restauravano quelli del passato, una storia di profondo rispetto.
Poi ho studiato, disegnato tanto, fatto ottimi incontri.

Foto: frenopersciacalli

Sei un artista mutevole ed eclettico, che ama sperimentare oltre ad essere anche un tatuatore. C’è una forma d’arte a cui sei particolarmente legato più delle altre?

La pittura.
Per anagrafica, anche se ultimamente sto ritornando sui muri.
La pittura in ogni sua forma insomma, lì trovo la massima libertà di creare armonie e collisioni.
Guardo a lei come a qualcosa che aderisce a me, che descrive la mia vita, che mi insegna, diverte e consola.
In pittura sono particolarmente legato all’acquarello e alla carta, prima tecnica e primo supporto che scelsi in casa.

Non preparo quasi mai un disegno preparatorio ma parto direttamente con il pennello su carta, pennelli grandi, principalmente piatti. Ho buttato tanta carta, ho sperimentato, così si impara. E guardando.
La mia prima maestra di acquarello faceva fiori meravigliosi con un gesto quasi, mi disse:“All’inizio comanda lui, seguilo per capirlo, per capire gli spostamenti dell’acqua”.
Tempo fa ho visto un’intervista a Gipi, grandissimo fumettista e acquerellista dire:“Bisogna avere fiducia nell’acqua…”. C’è una certa corrispondenza.

Nel tatuaggio vivo un contrasto.
Amo rappresentare intimamente un pezzo della vita delle persone, illustrarla in effetti con il mio tratto, con le mie idee, con una soluzione che sempre nasce da un dialogo con il cliente.
Mentre mi stanca dover ostacolare o smuovere l’idea estetica e sensibile della “massa”, certe idee o soluzioni che mi vengono proposte sono effettivamente brutte o povere.
Ma questo non è altro che il risultato di un certo rimbecillimento progressivo calcolato e di un certo atteggiamento accondiscendente generalizzato.

Foto: frenopersciacalli

Curiosità: perché “frenopersciacalli”?

frenopersciacalli è un anagramma, la soluzione di un gioco legata ad una storia personale.
Nasce poco prima del 2013, anno in cui muore mio padre, 13 anni prima se ne era andata mia mamma.
È un anagramma non felicissimo quindi, ma anche di riscatto. L’ho cercato, ritagliando piccole lettere su un foglio di carta, non su internet. L’ho trovato guardando.
Mi ha corrisposto subito, soprattutto in quel periodo che volevo “frenare” gli sciacalli che stavano depredando la mia vita dagli affetti più veri. L’arte era il freno.
Un atto di rivolta verso quella vita prima generosa e poi spietata.

L’arte era il “freno”

frenopersciacalli
Foto: frenopersciacalli

Come sei arrivato al tuo inconfondibile stile, minimale ma complesso?

Ho sempre cercato di privare la mia pittura del superfluo.
Non amo la pittura che dimostra, non amo gli effetti che stupiscono, l’azione della mera abilità. Ho sempre cercato di togliere l’eccesso e la ricerca continua ovviamente. Sono solo all’inizio.
Cerco di lasciare quel che serve per far immaginare, per far partecipare lo spettatore all’opera.

A questo aggiungo che essendo un essere umano provo, imparo, sbaglio, guardo e cerco di tradurre nel mio linguaggio.
Mi interessa quello che fa sentire, forse sottrarre i capricci estetici a cui la pittura ti porta, può aprire strade all’essenza delle cose che voglio rappresentare.
Non voglio cadere nel Brut, ma mantenere una radice estetica terrestre cercando un volo.

Foto: frenopersciacalli – sottopasso delle Cure (FI)

Cosa si scatena dentro di te quando dipingi?

Dipingere è come aprire una porta. A volte mi fermo sulla soglia perché la ragione crea problemi estetici, etici e quant’altro.

Altre volte, purtroppo più raramente, traverso la soglia e allora è impossibile raccontare cosa succede.

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