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STORIES

Kobe Bryant. Per me.



Ho scritto e cancellato questo post cento volte.
Come si fa a scrivere qualcosa di sensato quando muore qualcuno?
In un giorno e mezzo ho letto decine di articoli/post/commenti alla scomparsa di Kobe Bryant, tutti bellissimi, tutto meglio di qualsiasi storia io conosca.
Ma quello che nessuno sa è che Kobe era mio fratello maggiore.
In realtà io non so bene cosa voglia dire avere un fratello maggiore, ma se sei nato negli anni 80 e giochi a basket il tuo modello È Kobe Bryant e immagino che un fratello maggiore sia qualcosa del genere.

Certo provare ad imitare mio fratello era impossibile, ero troppo basso, troppo lento e troppo scarso.

La verità è che il basket c’entrava tutto e non c’entrava niente.
Come sempre.

Mi spiego.

Tre o quattro anni fa parlavo col mio allenatore e commentavamo lo sport “moderno” come due anziani, ci lamentavamo dagli infortuni infiniti e di queste mammolette che si storgono una caviglia e si devono riposare venti giorni.
Lui disse una cosa che era ovvia ma che non avevo mai realizzato: “Noi siamo la generazione Kobe Bryant, giochiamo con le dita rotte e senza ginocchia, come possiamo sopportare tutto questo?”.
Per me questa cosa qua riassume tutto.
Questa foto riassume tutto.

E il basket non c’entra praticamente niente.
Nel documentario “muse” Kobe spiega la sua filosofia di vita:

“Tutti possiamo essere maestri nel nostro mestiere, ma devi fare una scelta. Quello che intendo con ciò è che ci sono sacrifici intrinseci che lo accompagnano. Tempo in famiglia, uscire con gli amici, essere un grande amico, essere un grande figlio, nipote, qualunque sia il caso. Ci sono sacrifici che derivano dal prendere quella decisione.”

Ora parliamoci chiaro, potevo anche allenarmi tutti i giorni della mia vita, non sarei mai stato un giocatore di basket nba, ma nemmeno di serie D eh.

“Dai sempre il massimo e puoi realizzare tutto”.
No, non è vero.

Neanche Kobe c’è riuscito.

Eppure mi ha convinto.
Non lo so come ha fatto.
Non so perché ho passato anni il venerdì sera in palestra a tirare da solo fino a mezzanotte o le estati ad allenarmi come uno scemo sotto il sole.
Però guardavo mio fratello grande e lui faceva così.

E io ho fatto così.

Ho fatto in tutto così.
Se ci credi dai tutto oppure fai altro.
Così l’ho capita io.
Chi mi conosce non faticherà a crederci.

Al netto di tante parole banali sono sicuro che qualche milione di persone potrebbero dire le stesse cose che ho scritto io, eppure ognuno di noi sente di aver avuto un rapporto unico con questo tizio che nessuno di noi ha mai conosciuto di persona.

Domenica sera ero al computer che lavoravo svogliato, apro instagram, Kobe non c’è più.
Piango.
Mi prendo in giro per averlo fatto.
Poi piango di nuovo.
E penso “no, anche questo, ora, no”.
Sgomento, frustrazione, rabbia.
Notte passata a vedere tutti gli highlights e le interviste esistenti.

Eppure in questo momento in cui la depressione mi tira giù ogni cazzo di giorno mio fratello Kobe Bryant voleva ricordarmi di nuovo una cosa.

“Have a good time. Life is too short to get bogged down and be discouraged.
You have to keep moving. You have to keep going. Put one foot in front of the other, smile and just keep on rolling.”