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Parasite: Una storia a tinte fosche

Scritto il 28/12/19 da Redazione

Dopo qualche prova non del tutto convincente (vedi il precedente “Okja”,favola animalista del 2017), il regista sud-coreano Bong Joon-ho ritorna con questo “Parasite”, mettendo da parte gli elementi fantasy che caratterizzano molta della sua opera, per costruire un film saldamente ancorato all’attualità della società sud-coreana, e per estensione a quella di tutto il mondo industrializzato.
Joon-ho si avvale ancora una volta della fotografia di Hong Kyung-po, patinata al punto giusto nel mettere in risalto i volumi geometrici di villa Park, come nel dare un tocco glamour alle luci notturne del quartiere povero. Qualche esagerazione interpretativa a parte, buone le prove attoriali, tra le quali spicca quella dell’ormai fedele Kang-ho Song, che nel film interpreta Kim Ki-taek, il padre della famiglia povera. 

Il film di Bong Joon-ho sembra un percorso tra i mali che affligono la società moderna, una storia in cui ogni avvenimento pare essere la metafora dei grandi problemi dell’attualità. 

Ki-jung e Ki-woo

Il malessere della famiglia di Ki-woo, costretta dalle condizioni economiche a vivere in un fatiscente seminterrato, si scontra fragorosamente con il lusso della famiglia Park che abita una villa nella parte alta della città, progettata da un architetto di fama internazionale.

Da una parte il fallimento delle piccole attività commerciali con cui la famiglia di Ki-woo si sosteneva, l’estremo impoverimento che ne è derivato, il sussidio di disoccupazione che insieme a lavoretti occasionali rimane l’unica fonte di reddito; dall’altra l’azienda hi-tech diretta dal signor Park, giocattoli per il figlio fatti arrivare direttamente dagli Stati Uniti, macchine di lusso, uno stuolo di collaboratori fatto di educatori, autisti, governanti: fra le due realtà un abisso di disparità che mai potrà essere colmato. 

La “bomba d’acqua” che si abbatte nella notte sulla città, sintomo di un clima ormai fuori controllo, ha effetti diversi secondo da quale prospettiva la si guarda. Viene vista attraverso la vetrata dell’immenso soggiorno razionalista cadere sul prato antistante la villa, senza che questa crei nessun disagio o sia motivo di apprensione: si lascia perfino il figlio dormire nella tenda indiana montata per gioco nel parco.

Ma la grande quantità di acqua piovuta scende dalla collina e si convoglia verso il povero quartiere nella parte bassa della città, dove la famiglia di Ki-woo vive, e trova scantinati, finestre a livello della strada, povere suppellettili. Tutto viene sommerso, gli abitanti sfollati e fatti dormire sul parquet della palestra. 

Difficile inserire lo stile del film in un genere specifico. Il plot risente di sussulti, cambi di ritmo e svolte inaspettate: si comincia con un tono da commedia in cui l’infiltrarsi della famiglia povera nella vita della famiglia ricca viene visto dallo spettatore con benevolenza.

Gli stratagemmi che permettono ai giovani Ki-woo (Kevin) e alla sorella Ki-jung (Jessica) di inserirsi nei meccanismi della famiglia Park sembrano dettati dall’opportunismo di chi ormai ha ben poco da perdere, a cui sono rimaste poche risorse per sopravvivere.
Ma quando nel gioco entrano anche il padre e la madre, l’opportunismo si trasforma in truffa e a farne le spese sono gli onesti lavoratori, collaboratori della famiglia Park.

C’è della malignità nell’ingannare la famiglia abbiente: ci si prende gioco della “semplicità” della agiata signora, si specula sui sentimenti del marito, il bivacco alcolico della famiglia “parassita” nel soggiorno della sontuosa villa, fatto approfittando della partenza della famiglia residente, calpesta il rispetto che gli altri mostrano nei confronti della prestigiosa storia architettonica della costruzione. Quando poi si scopre la rete di cunicoli sottostanti l’abitazione e chi li occupa, le tinte volgono decisamente al noir, per arrivare alla svolta decisiva in una tarantiniana esplosione di violenza.

Alla fine, in un modo o in un altro, tutti sono colpevoli, nessuno si salva, come a dire pessimisticamente che i problemi della società odierna sono tanti e di vario genere, ma il problema maggiore, e irrisolvibile, è la natura umana.

Il finale del film sembra quasi accendere un barlume di speranza attraverso la visione di Ki-woo di una redenzione e di un futuro radioso. Ma il sogno, assurdamente spropositato rispetto alle reali condizioni dei protagonisti, è l’ennesima nota stonata nella vicenda: la dimostrazione, in un mondo sprofondato in una voragine di contraddizioni, che perfino la capacità di sognare realisticamente un futuro migliore è compromessa.

La famiglia di Ki-woo e la famiglia Park

CONSIGLIATO a chi ricerca, insieme ad una vicenda chiara e intelligibile, una punta di sperimentazione e di novità.
SCONSIGLIATO a chi si aspetta una storia consolatoria e gratificante, con personaggi dai caratteri positivi o comunque ben delineati.

Nota a margine: ho visto il film per intero in lingua originale e ho “assaggiato” quello doppiato in italiano.
Consiglio caldamente di trovare la versione con la colonna sonora originale e i sottotitoli (cosa che comunque sarà possibile con la pubblicazione in home-video): non per snobismo, ma perché poche altre volte in film di questo livello ho percepito così fortemente lo stridore del doppiaggio con il carattere originale dei personaggi e delle ambientazioni.

di Marco Lupetti.

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