ARTS

In questi giorni è uscito l’attesissimo (anche per me lo era) 6 Underground di Micheal Bay, regista che personalmente non apprezzo per niente (devo però ammettere che Pain & Gain l’ho trovato centrato e mi è piaciuto) ma, dato che una buona parte delle persone di cui stimo i gusti cinematografici giudica positivamente o addirittura…

6 Underground – Ovvero: come ho provato a non preoccuparmi e ad amare Bayhem (senza riuscirci).

Scritto il 15/12/19 da Omar Rashid

In questi giorni è uscito l’attesissimo (anche per me lo era) 6 Underground di Micheal Bay, regista che personalmente non apprezzo per niente (devo però ammettere che Pain & Gain l’ho trovato centrato e mi è piaciuto) ma, dato che una buona parte delle persone di cui stimo i gusti cinematografici giudica positivamente o addirittura considera geniale, concedo sempre la possibilità di farmi ricredere.

Ecco, non è successo neanche stavolta.

Ma andiamo per ordine: nell’estate del 2018 Micheal Bay arriva a Firenze per girare il primo film d’azione ambientato nella culla del Rinascimento. WoW!

Effettivamente questa è la parte della storia che posso tranquillamente considerare geniale: cosa c’è di meglio del contrasto classico/moderno?

Ho avuto la fortuna di vedere da vicino il set un paio di volte, di farmi autografare un fumetto di Deadpool da Ryan Reynolds e di assistere in diretta ad un paio di esplosioni di macchine e devo dire che la mia curiosità si era progressivamente trasformata in trepidante attesa.

Giusto per chiarire, non faccio parte di quell’insieme della cittadinanza che si lamenta quando esigenze produttive cinematografiche stravolgono la viabilità e creano disagi, anzi. 

Sono sempre felice quando Hollywood arriva a Firenze, lo sono meno quando i risultati sono Inferno, Lost in Florence o appunto 6 Underground, ma questo è un discorso diverso.

Come dicevo ho atteso il film con molta curiosità, senza pregiudizi e con un ottimismo incosciente ed è proprio così che l’ho guardato il 13 dicembre, giorno in cui è uscito.

Non si può negare che i primi venti minuti del film siano visivamente spettacolari, ma così pieni di errori da non poter dare a meno di distrarsi da ciò che succede e rimanere totalmente disorientati.

Da fiorentino non ho potuto non notare, sin dalle prime battute, che la Firenze che veniva descritta nel film era sì fotografata molto bene (decisamente meglio di quanto Ron Howard abbia fatto in Inferno) ma totalmente reinventata da un punto di vista topografico. 

Non è assolutamente un problema eh, anzi è una delle più belle magie del cinema quella di poter ricostruire gli ambienti secondo le proprie esigenze, cosa che regolarmente succede in quasi la totalità dei film ambientati a New York. E non è un problema neanche che tra una piazza fiorentina e l’altra vengano inseriti luoghi simili seppur di altre città (in questo caso Siena).

Il problema, perlomeno per me, è che le incongruenze sono proprio visive.

Si passa da un’inquadratura (che non dura mai più di due secondi) girata in campagna ad una girata in città, viene mostrata una città in pianura e un secondo dopo una scena in un paesaggio collinare, si vede un palazzo vistosamente distante e successivamente ci si ritrova a saltare da quello verso una direzione opposta e così via. 

Senza contare gli errori palesi come gli specchietti che si staccano e si riattaccano alle macchine, le trovate stupide come il rendez-vous point sulla cima della cupola del Brunelleschi e altre trovate che, per ciò che mi riguarda, mi tirano totalmente fuori dalla storia e la sospensione dell’incredulità se ne va a farsi fottere (giusto per esplicitare meglio la mia posizione, non ho perdonato neanche ad un mostro sacro come Scorsese la scena in cui il trentenne De Niro si muove come un ottantenne in The Irishman, quindi ammetto di essere particolarmente puntiglioso).

L’unica cosa sensata di questo film targato Netflix è l’avvertenza contro l’epilessia che appare in sovrimpressione per un minuto buono quando se ne comincia la visione.

La prima sera non sono riuscito ad andare oltre i primi ventiquattro minuti del film.

Ma non si può giudicare un film di due ore e venti dopo neanche mezz’ora di visione, così il giorno dopo ci ho riprovato.

Ribadisco la spettacolarità della sequenza iniziale (con tanto di corsa in auto dentro gli Uffizi) e devo ammettere che l’aver inserito nell’inseguimento l’investimento dei pedoni e la morte di un apparente protagonista è sicuramente un grande colpo, ma il problema è che non si capisce chi insegue chi e perché, ma facciamo finta che non sia un problema.

Il film va avanti con la costituzione di questa squadra di simil-supereroi accomunabile alla visione del cavaliere oscuro di Gotham City, guidata da miliardi fatti dal nostro protagonista che però non ha problemi morali riguardo all’omicidio del nemico di turno e si conclude con l’apertura di un’ipotetico franchise.

Tralasciando le problematiche visive di cui sopra (che ribadisco che per me non sono assolutamente secondarie) il film è una pubblicità (altra informazione in sovrimpressione che appare quando inizia la visione) di due ore composta da tre sequenze iper idrenaliniche unite insieme da dialoghi talmente stupidi e inconsistenti da risultare quasi una ricerca verso il basso. 

Ora, io posso capire che il montaggio sincopato sia adrenalinico e divertente (effettivamente lo è), ma abbiamo la prova che tutto ciò si possa fare rispettando la grammatica visiva, come un signore over settanta di nome George Miller ci ha dimostrato pochi anni fa con il meraviglioso Mad Max: Fury Road.

Ma non venitemi a raccontare la storia che Micheal Bay abbia inventato un nuovo linguaggio, che ciò che fa sia autoironico (più che autoironia a me trasmette spocchia in ogni inquadratura) o che sia rivoluzionario dal punto di vista metacinematografico (è un punto che proprio non capisco quindi boh).

«L’hob grubby stylente Bayhem gya cazzo milloni fru Ni, bi; tyrosine ghetto day fyu “€”.». Questa è una frase in un nuovo linguaggio che ho appena inventato. Peccato che è un linguaggio di merda e che non si capisca una sega.

Ecco, la mia sensazione quando guardo un film di Bay è esattamente questa: non capire una sega di ciò che sto guardando.

Senza contare che, avendo avuto la fortuna di poter vedere il set mentre veniva girato il “film” ho potuto toccare con mano la grandiosità della produzione.

A suo favore però, devo ammettere che mi ha davvero colpito la sua presenza costante sul set, il fatto che fosse proprio lui a girare tutte le scene e la maniacalità del controllo di tutti i reparti che si percepiva quando ho avuto modo di vedere il lavoro da vicino, cosa che superficialmente non credevo avesse.

Oltre trecento persone coinvolte quotidianamente, strade bloccate, star internazionali e poi nel film l’inquadratura dura due secondi scarsi.

Dove sta la grandiosità di questo regista? Nel ricreare dal vero scene pazzesche come ha fatto Miller? Nel sapere dove mettere la camera da presa? Ok, ci sto. 

Ma allora diciamo che è un grande shooter, non un grande regista.

Per ciò che mi riguarda (e capisco che non sia così per tutti) il regista è colui che è in grado di raccontare una storia, non solo quello che decide come girare le scene o dove piazzare la macchina da presa, ma forse è un mio limite.

Spesso e volentieri sento parlare della genialità di Bay legata al fatto che giri delle scene in maniera pazzesca e rivoluzionaria, tipo far passare un drone in mezzo a due macchine che esplodono, ma lo trovo più un bambinone che vuol giocare con i suoi super giocattoli super cari, cosa che personalmente capisco ed in parte invidio, ma la capacità di narrazione è pressoché inesistente.

La tecnica registica che leggo io consiste nel girare centinaia di scene (bene, questo va ammesso) per poi montarle a caso, seguendo una logica tutta sua che, dal mio punto di vista è più vicina a quella di un veejay che a quella di un regista cinematografico.

Quello che viene fuori non è solo tamarro, è illogico (vedi la scena del magnete controllato da un telefono).

Sento dire che “chi non capisce Michel Bay non capisce il cinema” o che “Micheal Bay è postmoderno”, ma personalmente penso che il suo vero talento stia nel convincere i produttori a finanziarlo e finanziargli le sue tamarrate e la sua miglior performance rimanga la presentazione della televisione Samsung.

Ora, al netto delle battute, il film è molto distante dai miei gusti (come ho sottolineato fino ad ora), ma capisco che possa piacere.

Chissà se in sala l’avrei apprezzato di più? (Spoiler: No, non credo).

Omar Rashid Autore

Omar Rashid
È il gran capo e fondatore di GOLD,‭ ‬scrive di tutto e gestisce‭ ‬il circo dei cervelli di questo splendido progetto.‭