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Breve saggio sul Marvel Cinematic Universe che raggiunge il suo culmine in Avengers: Endgame.

Avengers: Endgame | L’ineluttabilità della fine dei giochi

Scritto il 29/04/19 da Omar Rashid

Chi mi conosce sa quanto io sia appassionato di cinema e di fumetti supereroistici da sempre e può intuire quanto io sia felice di questo periodo storico in cui la commistione tra questi due mondi sia sfociata in un vero e proprio filone cinematografico: il cinecomic.

Come ho ampliamente esposto anni fa, so distinguere la differenza tra un film d’autore e un’operazione commerciale, quindi non mi dilungherò nel precisare quanto sia sbagliato mettersi a fare confronti con film come Barry Lyndon di Stanley Kubrick o L’Atalante di Jean Vigo. È altrettanto sbagliato confrontarli con pellicole che trattano il tema del supereroe in modo autorale come Birdman di Alejandro González Iñárritu piuttosto che Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti o anche il minore e più sconosciuto Defendor di Peter Stebbings. Fuori dai giochi il geniale progetto editoriale di M. Night Shyamalan di cui ho già parlato qualche tempo fa.

Una cosa però la voglio dire. I cinecomic sono indubbiamente commerciali e seriali (come dei prodotti televisivi) ma non è poi così difficile trovarci del grande Cinema al suo interno. Cosa che difficilmente succede nel verso opposto. Quello che intendo è che talvolta all’interno di questo multiverso di pellicole cinematografiche è possibile trovare delle perle che trascendono il genere e diventano grandissimo Cinema grazie alla visione autorale di grandi registi che sono riusciti a non farsi mangiare dalle esigenze produttivo/commerciali.

Per fare degli esempi, ritengo i due Batman di Burton e il secondo capitolo della trilogia di Nolan sull’uomo pipistrello grandi film, così come i primi due Spider-Man di Raimi o i due Hellboy di Del Toro. Se poi ci addentriamo nel Marvel Cinematic Universe (il vero tema di questo pippone), ritengo sia il primo Avengers che i due Guardiani della Galassia veri e propri film d’autore, che potrebbero quasi vivere autonomamente a prescindere dall’universo di provenienza.

Ma entriamo nel merito del MCU. Innanzi tutto ci tengo a precisare che ritengo limitato ed errato giudicare il progetto in modo differente da ciò che è: un progetto appunto.
Se si affronta il discorso parlando dei singoli film, delle trilogie dedicate ad alcuni franchise, si fa confronti con altre saghe, si paragona alla serialità televisiva e cose così, non si sta guardando la big picture nel modo corretto.

Dal mio personalissimo punto di vista, il progetto MCU ha inventato un nuovo linguaggio cinematografico e una nuova linea editoriale che, come spesso succede ai nuovi linguaggi, è stato spesso frainteso o non capito.

Sento spesso dire frasi come “ho visto tutti i film, tranne…”. Ecco. Se non li hai visti tutti, nel giusto ordine, con tutti gli appendici (le famose scene after-credit), sicuramente non potrai apprezzare fino in fondo il progetto e, ma questa è una mia personale considerazione, non puoi giudicare il progetto, se non in modo parziale.

Quello che è stato creato dalla casa delle idee è in realtà un linguaggio che sta al cinema esattamente come il fumetto sta alla letteratura. Si tratta in entrambi i paragoni di forme di espressione simili ma profondamente diverse, per quanto talvolta possano coesistere nello stesso insieme (come dicevo prima sul cinema o per esempio con Watchmen di Alan Moore che da anni risulta nella classifica del Time tra i cento migliori romanzi in lingua inglese dal 1923 ad oggi).

Giudicare un film singolo di un progetto così complesso è come giudicare una serie analizzando la quinta puntata, un libro avendo letto solo il terzo capitolo o voler conoscere lo spagnolo imparando solo gli avverbi: semplicemente è l’approccio sbagliato.

Prima che iniziate ad infamarmi, non sto dicendo che i singoli film non possano essere visti o analizzati singolarmente ma sicuramente ci saranno obiezioni da parte dello spettatore o del critico di turno riguardo a buchi di sceneggiatura che in realtà sono stati colmati in altri film o in alcune scene after-credit.

Per esempio, è difficile comprendere l’inizio di Avengers: Infinity War senza aver visto il post-credit di Thor: Ragnarok così come è difficile capire cosa sta succedendo in Avengers: Endgame senza aver visto le scene after-credit di Ant-Man & The Wasp e Captain Marvel (oltre che ovviamente Infinity War).

Non sto neanche dicendo che non ci siano errori, ma guardando il progetto nel suo insieme riesco ad essere molto più clemente che con altre pellicole o progetti.

Quello che è stato creato nell’arco di questi undici anni (ventidue film, dieci serie tv, cinque cortometraggi e due webserie) è un universo condiviso e complesso molto simile alla controparte fumettistica, più da un punto di vista teorico che sostanziale. Quando guardo un cinecomic della Marvel vivo un esperienza cinematografica più vicina alla lettura di un fumetto supereroistico che ad una visione filmica.

Da qui in poi non mi farò problemi a spoilerare tutto, quindi se non avete visto tutti i film Marvel, soprattutto l’ultimo Avengers: Endgame, vi consiglio di abbandonare la lettura fino a dopo la sua visione.

Mi concentrerò prettamente sulla parte cinematografica, sia perché è quella che mi interessa di più, sia perché le serie tv e le webserie non mi hanno conquistato del tutto (prevalentemente perché sono linguaggi con cui sono meno affine).

Tutto nasce nel 2008 con il primo Iron Man di Jon Favreau che inaugura l’universo con un film prettamente fantascientifico restando, con tutte le virgolette del caso, più vicino ad una lettura “nolaniana” del mondo supereroistico, quasi realistico, che dopo aver creato la genesi del personaggio si chiude con l’arrogantissima dichiarazione di Tony Stark «Io sono Iron Man.». Gli intenti vengono dichiarati subito nel primo after-credit, quando vediamo Nick Fury pronunciare la frase «Signor Stark, lei è entrato a far parte di un universo più grande, solo che ancora non lo sa.».

L’universo poi si espande con The Incredible Hulk di Louis Leterrier (forse il vero passo falso di tutto il progetto, tanto che è stato addirittura rimosso dalla timeline ufficiale) e Iron Man 2 di Jon Favreau, che rimangono comunque sul filone fantascientifico. Poi la componente più fantasy entra in gioco con Thor Di Kenneth Branagh che introdurrà anche il villain della fase uno, Loki, che subito dopo Captain America: Il primo vendicatore di Joe Johnston (che oltre ad introdurre Steve Rogers inserì anche il Tesseract, altro elemento fondamentale nel film successivo e nell’intero universo narrativo) verrà affrontato dal team up dei supereroi introdotti fino a quel momento (Iron Man, Thor, Captain America, Hulk, Vedova Nera e Occhio di Falco) nel primo film corale The Avengers di Josh Whedon.

Le origini dei personaggi sono state raccontate, più o meno tutte, in modo esaustivo. Iron Man si è “fatto da solo” grazie alla genialità di Tony Stark, Bruce Banner diventa Hulk a causa ad un esperimento scientifico, Thor è il figlio di Odino esiliato sulla Terra in quanto immaturo e Steve Rogers diventa Captain America negli anni ’40 grazie al siero del Super Soldato, per poi rimanere congelato per settant’anni mentre cerca di salvare il mondo.

È la fine della prima fase, composta da cinque film, che oltre ad aver introdotto i veri protagonisti del macro progetto (come scopriremo definitivamente più avanti) apre subito (nell’after credit) la pista a ciò che conosceremo nei successivi anni: Thanos e le Gemme dell’Infinito.

Infatti il nemico principale è il vero mandante del piano di Loki e i suoi chitauri e mostroni volanti (quello che viene steso da Hulk, per intendersi) li ritroveremo nel corso della saga in più momenti.

La seconda fase inizia con Iron Man 3 di Shane Black e serve prevalentemente a sfaccettare il personaggio di Tony Stark e a raccontare le conseguenze della battaglia di New York ma se la prima fase serviva a creare il team ed introdurre la grande minaccia, questa si concentra prevalentemente sulla presentazione delle Gemme dell’Infinito, altro grande protagonista del MCU.

Il Tesseract che era stato il fulcro del film degli Avengers è la la Gemma dello Spazio, l’Aether che verrà presentato in Thor: Dark World di Alan Taylor è la Gemma della Realtà, lo scettro di Loki, perso durante la battaglia di New York, che vediamo nell’after credit di Captain America: The Winter Soldier di Anthony e Joe Russo, è la Gemma della Mente ed infine l’Orb introdotto dai Guardiani della Galassia di James Gunn è la Gemma del Potere. Il film di Gunn serve inoltre a consacrare l’aspetto più galattico dell’Universo Condiviso.

La cosa interessante delle Gemme dell’Infinito è che in questa versione cinematografica hanno una funzione predominante anche nella creazione di alcuni personaggi o di alcuni villain.

Infatti, verso la fine della seconda fase, in Avengers: Age of Ultron di Josh Whedon, vengono introdotti Wanda e Pietro Maximoff, rispettivamente Scarlet Witch e QuickSilver (che in questo universo non sono né mutanti né figli di Magneto), entrambi con poteri acquisiti dalla Gemma della Mente e Visione, che ne diventerà anche il portatore sano.

Come dicevo la seconda fase si concentra molto sul discorso delle Gemme, che viene spiegato chiaramente dal Collezionista nel film dei Guardiani della Galassia (personaggio che viene introdotto nell’after-credit del secondo capitolo di Thor), ma serve anche a stravolgere lo status quo, smantellando lo S.H.I.E.L.D. (l’agenzia segreta che protegge la Terra dagli eventi straordinari di cui esiste una serie dedicata, Agents of S.H.I.E.L.D. appunto) rivelando che in realtà è l’Hydra (l’organizzazione segreta creata da Teschio Rosso, l’arcinemico di Steve Rogers che abbiamo visto venire scaraventato nello spazio dal Tesseract nel primo film di Cap) e inserendo i primi screzi tra le visioni differenti dei due leader principali, Captain America e Iron Man. Questo altro blocco di film serve anche ad introdurre, seppur solo accennandolo, l’aspetto più mistico del MCU, ovvero il regno quantico che vediamo in Ant-Man di Peyton Reed, film che chiude la fase.

La terza fase comincia con Captain America: Civil War di Anthony e Joe Russo che è assolutamente un film funzionale per la macro storia, il primo della saga (escludendo i seguiti diretti) che inizia ad utilizzare personaggi noti senza doverli introdurre, creando nel casual watcher confusione e smarrimento (per esempio Clint Barton/Occhio di Falco o Scott Lang/Ant-Man vengono catapultati nella storia senza neanche una battuta introduttiva) ma agli occhi di un fan, o comunque di qualcuno che sta seguendo passo passo il progetto, risulta tutto lineare e sensato. È forse insieme al secondo Avengers il film più vicino ad una puntata di una serie televisiva o, meglio ancora, ad un finale di stagione.

Ad ogni modo Civil War è il film in cui gli Avengers si dividono e in cui Iron Man si scontra con Cap, che conclude il film rinunciando allo scudo per far posto al suo alter ego Nomad (in realtà non verrà mai esplicitato il nome ma è un cambio del personaggio comprensibilissimo dai fan provenienti dal mondo dei fumetti). In questo capitolo vengono anche introdotti alcuni personaggi che poi saranno fondamentali per la conclusione, rispettivamente Black Panther e Spider-Man (la terza versione cinematografica in meno di dieci anni, ma la prima all’interno del MCU).

Una grandissima mossa di marketing e di engagement che ha accompagnato questa pellicola è stata sicuramente la campagna Chose your side, dove gli spettatori venivano chiamati a schierarsi con Tony o con Steve rispettivamente con gli hashtag #teamironman e #teamcap. Io sono stato ovviamente #teamcap.

L’aspetto più mistico/filosofico dell’Universo Condiviso che era stato appena accennato in Ant-Man viene definitivamente palesato in Doctor Strange di Scott Derrickson che ci presenta anche la quinta Gemma dell’Infinito, quella del Tempo.

Il film successivo, ambientato subito dopo il primo capitolo (quindi qualche anno prima degli eventi che si sono svolti negli altri film), è Guardiani della Galassia vol. 2 di James Gunn che approfondisce e sfaccetta ancora di più personaggi che saranno fondamentali per la conclusione della Saga dell’Infinito. Questo secondo capitolo di questa meravigliosa space opera dei Guardiani è forse il film più commovente del MCU.

Con Spider-Man: Homecoming di Jon Watts scopriamo definitivamente il personaggio di Spider-Man ma soprattutto approfondiamo il personaggio di Tony Stark e la sua ricerca di un discepolo, in questo universo Peter Parker.

Thor: Ragnarok di Taika Waititi è il film più atipico del MCU, probabilmente il più comico della saga (forse insieme a Ant-Man) e forse è per questo che per molti non ha funzionato. Non sono d’accordo con questa lettura ma ne parlerò più avanti. Ad ogni modo questa pellicola serve a far maturare il personaggio di Thor, reintrodurre Hulk che era andato disperso dopo il secondo Avengers e ha consolidare la dimensione cosmica dell’MCU, totalmente in linea con quanto visto nei due capitoli dei Guardiani della Galassia. Nel Marvel Cinematic Universe la galassia è anni ‘80. Dico che è il film più atipico dell’Universo Condiviso perché, mentre da un lato porta avanti la macro storia, dall’altro racconta (forse è più corretto dire accenna) due saghe classiche dell’Universo fumettistico: Thor Ragnarok e Planet Hulk. Inoltre crea anche un nuovo tipo di spin-off: il team up. Infatti Thor e Hulk sono una coppia di fatto già da diverso tempo, sia in ambito fumettistico che televisivo (se vi ricordate i film anni ’80).

Ad ogni modo il film, nonostante i toni da commedia comica, ha diversi aspetti drammatici e quindi, dopo aver visto morire Odino, distruggersi Mjolnir (il martello di Thor) e Asgard e viversi la perdita dell’occhio a Thor, nel post credit ci viene introdotto il finale con l’arrivo della nave di Thanos.

Una delle critiche che si sente più spesso riguardo al MCU è l’inconsistenza dei villain. Non sono d’accordo. Come dicevo precedentemente il progetto cinematografico va valutato ed analizzato nel suo insieme ed è chiaro fin dalla fine della prima fase che il vero villain sarà Thanos. Tutti gli altri sono funzionali alla costruzione dei personaggi che sono stati introdotti via via.

Infatti dopo Black Panther di Ryan Coogler che oltre ad approfondire il personaggio di T’Challa serve ad introdurre il Wakanda, il campo da gioco della grande battaglia che si sta per scatenare, arriva finalmente Thanos in Avengers: Infinity War di Anthony e Joe Russo.

Tutto comincia appunto direttamente dopo l’arrivo di Thanos sulla nave degli asgardiani, con Thanos già in possesso della Gemma del Potere e che è lì per recuperare il Tesseract da Loki (il fatto che se ne fosse impossessato era stato accennato nell’ultimo film di Thor). Da lì vengono richiamati in causa tutti i personaggi (tranne Clint Barton e Scott Lang) e vengono creati dei team up non convenzionali come Iron Man, Spider-Man e Doctor Strange con parte dei Guardiani della Galassia che andranno su Titano per fermare Thanos, Thor invece starà con Groot e Rocket alla ricerca della Storm Breaker, l’arma in grado di sconfiggere il titano pazzo, mentre tutti gli altri andranno in Wakanda con l’obiettivo di estrarre la Gemma della Mente dalla testa di Visione. Nel frattempo viene svelata l’ultima Gemma dell’Infinito, quella dell’Anima. Si trova sul pianeta Voromir custodita da Teschio Rosso (vi ricordate che era stato catapultato nello spazio dal Tesseract?) e per essere acquisita richiede un sacrificio. «Un’anima per un’anima». Ed è così che Thanos uccide la figlia adottiva Gamora per poi, dopo aver recuperato la Gemma del Tempo da Steven Strange su Titano, recarsi sulla terra per lo scontro finale.

La Gemma del Tempo viene consegnata dal Doctor Strange a Thanos di sua iniziativa a patto che non uccida Tony Stark (sebbene all’inizio del film lui dichiari esplicitamente che se dovesse scegliere tra proteggere la Gemma o la vita degli altri avrebbe protetto la Gemma) perché dopo aver visto quattordici milioni di ipotetici futuri ha visto che ci sarà un’unica occasione di vittoria contro il titano pazzo e, nonostante non sia esplicato, evidentemente quest’unica speranza è legata al personaggio di Iron Man.

Appare chiaro fin da subito che il vero protagonista del film è Thanos, il super villain della Saga dell’Infinito, che dimostra invece di essere sfaccettatissimo, con delle motivazioni folli ma comprensibili, è sempre presente per tutto il film e finisce il film realizzando il suo obiettivo: recupera tutte e sei le Gemme e schioccando le dita dimezza la popolazione universale, riducendo letteralmente in polvere gran parte dei supereroi che abbiamo conosciuto fino ad ora, lasciando vivi solo gli Avengers originali, Rocket e Nebula per i Guardiani della Galassia e Okoye per il Wakanda. Tutti gli altri sono spariti.

Questa è la critica che è stata più sollevata verso il film. Il fatto che siano spariti personaggi nuovi come Black Panther o il Doctor Strange fanno intuire fin da subito che sicuramente alla fine della partita torneranno, così come è chiaro che Iron Man sarà un personaggio chiave per la conclusione. Ma dal mio punto di vista è appunto uno degli ultimi capitoli della Saga e, così come in un romanzo verso i capitoli finali si inizia ad intuire come sarà la conclusione, anche qui siamo dentro determinati schemi. Non è importante cosa succederà (lo sappiamo tutti che verrà ristabilito lo status quo e che in un film di supereroi i buoni vinceranno) ma il come.

Prima di arrivare alla vera e propria conclusione mancano due tasselli del puzzle. Il primo è Ant-Man & The Wasp di Peyton Reed che si conclude in contemporanea con lo schiocco delle dita di Thanos, lasciando intrappolato Scott Lang nel regno quantico con un accenno sui tunnel temporali lì presenti che aprono la strada ai viaggi nel tempo e con l’introduzione dell’ultimo personaggio, Captain Marvel di Anna Boden e Ryan Fleck, che avevamo visto essere richiamata da Nick Fury prima della sua sparizione post-schiocco nell’after credit di Infinity War.

Captain Marvel è ambientato nel 1995 e, dopo mille peripezie, scopriamo che Carol Denver non è una knee come nel fumetto ma è in realtà un umana che ha preso i poteri dal Tesseract ed è probabilmente il personaggio più forte dell’Universo Marvel. La scena post-credit del film si svolge subito dopo gli eventi di Infinity War e vediamo lei arrivare dagli Avengers rimasti.

Ed eccoci alla fine della partita, con Avengers: Endgame di Anthony e Joe Russo.

Ribadisco, come sto facendo dall’inizio, che non sto giudicando i film in sé, ma li sto considerando tutti tasselli di un grande mosaico. Proprio in vista di ciò quest’ultima pellicola è il capitolo conclusivo (il prossimo Spider-Man: Far from Home di Jon Watts che uscirà a luglio lo vivo più come un’appendice).

Il film comincia con il grande assente di Infinity War, Clint Barton, che mentre è a casa agli arresti domiciliari (vediamo chiaramente la cavigliera elettronica che aveva anche Scott Lang) con la sua famiglia si ritrova improvvisamente solo, con i suoi cari che diventano cenere. Vediamo poi Tony Stark nello spazio in compagnia di Nebula che viene improvvisamente salvato da Captain Marvel e riportato sulla terra. Dopodiché i superstiti decidono di andare a ricercare le gemme da Thanos ma, dopo aver scoperto che le ha utilizzate un’ultima volta per poterle distruggere, Thor lo decapita, riallacciandosi alla battuta finale del titano prima dello schiocco («Avresti dovuto mirare alla testa»).

Passano cinque anni (sì, cinque lunghissimi anni) e il mondo è andato avanti. Male, ma è andato avanti. Vediamo brevemente gli effetti anche sulle persone comuni (praticamente assenti in Infinity War) e, grazie ad un topo che casualmente aziona il pulsante che ha lasciato intrappolato Scott Lang nel regno quantico (giuro che era ciò che ho pensato quando vidi per la prima volta la scena post-credit dell’ultimo film di Ant-Man) vediamo il nostro eroe tornare al presente e scopriamo che per lui sono passate solo cinque ore. Viene ufficialmente sdoganata l’idea del viaggio nel tempo per risolvere il film.

Riguardo alla scelta del topo o del viaggio nel tempo, così come per altre mille scelte assurde, viene richiesta una sospensione dell’incredibilità che ha fatto storcere la bocca a molti, sin dai primi capitoli della saga. In realtà è qualcosa con cui gli stessi personaggi giocano spesso, quasi sfondando la quarta parete, con battute tipo «La città sta volando, affrontiamo un esercito di robot e io ho un arco e delle frecce. Nulla di tutto questo ha senso.» detta da Clint Barton in Age of Ultron o «Io mi scambio email con un procione. Ormai niente è assurdo.» detta da Natasha Romanoff proprio riguardo al discorso dei viaggi nel tempo in Endgame.

Ad ogni modo, una volta deciso di percorrere questa strada, c’è da riformare la squadra e così scopriamo che i nostri eroi sono profondamente cambiati in questi cinque anni.

Tony Stark ha finalmente avuto una figlia con Pepper Pots e non ha nessuna intenzione di metterne in gioco l’esistenza, Bruce Banner è riuscito a “fare pace” con il suo alter-ego verde e dopo diciotto mesi di sperimentazione è riuscito a fondere le due personalità nel fantastico Professor Hulk (scelta criticatissima, non da me), Thor non ha accettato il suo errore di Infinity War e si è lasciato completamente andare trasformandosi in una versione più muscolosa del Drugo de Il Grande Lebowski (citato da Tony Stark durante il film), Clint Burton è diventato Ronin (anche qui non viene ufficialmente dichiarato, come con Steve Rogers e Nomad), una versione di Occhio di Falco stile The Punisher (personaggio comunque esistente in questo universo grazie alle serie dedicate a lui e ai Difensori da Netflix).

Il viaggio nel tempo, oltre ad essere un potentissimo mezzo metacinematografico per rivivere alcune scene epiche delle pellicole precedenti, è la strada per recuperare le Gemme prima che se ne impossessi Thanos (che come viene detto è meglio affrontare senza Gemme, quindi è per questo che non vanno a recuperarle subito dopo lo schiocco nel Pianeta Giardino). Non viene neanche scelto di usare la Gemma del Tempo per navigare indietro nel tempo perché lo scopo della missione non è non far schioccare le dita a Thanos ma riportare tutti in vita cinque anni dopo. Come detto, Tony non vuole rinunciare alla figlia Morgan. A qualunque costo.

Nell’Universo Marvel il viaggio nel tempo non funziona come in Ritorno al Futuro, come viene abbondantemente ricordato da diversi personaggi. Non si può cambiare il presente agendo nel passato. Se si cambia qualcosa in un momento del passato si apre una nuova linea temporale che sviluppa un nuovo futuro ma non altera il presente. Cosa effettivamente abbastanza logica. E comunque fino a prova contraria il viaggio nel tempo non è possibile, quindi tutte le leggi che ne regolano il funzionamento sono giustamente in mano di chi scrive la storia, purché le rispetti. Cosa che effettivamente viene fatta e che apre definitivamente al Multiverso (cosa che speravo da anni). Inoltre è la trovata perfetta per far rivivere agli spettatori i momenti salienti della saga.

La missione è quindi recuperare le Gemme dal passato, utilizzarle per far tornare in vita tutte le vittime dello schiocco di Thanos, riportare le Gemme dove sono state prese. Per viaggiare utilizzeranno le particelle Pym e, data la scomparsa di Hank Pym, ne hanno a sufficienza per un solo viaggio di andata e ritorno.

Inizia così un carosello di scene conosciute viste da un nuovo punto di vista.
La battaglia di New York del 2012 di The Avengers, Asgard del 2013 di Thor: The Dark World, Morag (il pianeta dove si trova l’Orb) della scena iniziale dei Guardiani della Galassia del 2014 e, seppur decontestualizzata, viene citata la scena dell’ascensore di Captain America: The Winter Soldier.

E così Cap recupera la Gemma della Mente dallo scettro di Loki, Hulk si fa consegnare dall’Antico la Gemma del Tempo rivelandogli che Doctor Strange l’ha data di sua spontanea iniziativa a Thanos, Thor e Rocket recuperano la Gemma della Realtà e Mjolnir da Asgard, dopo che il figlio di Odino riesce a parlare con la madre poco prima della sua imminente morte.

Purtroppo le cose non vanno come dovrebbero perché Loki riesce a scappare con il Tesseract e la memoria di Nebula si accavalla con quella della sua versione del 2014, svelando a Thanos i piani degli Avengers.

Per recuperare la Gemma dello Spazio e le particelle Pym utili per ritornare al presente, Tony e Steve si recano nella base militare del New Jersey del 1970 (dove tra l’altro c’è uno dei più bei cameo di Stan Lee della saga) perché è dove Hank Pym sta sperimentando le sue particelle ed è anche dove lo S.H.I.E.L.D. nasconde il Tesseract.

Oltre a riuscire a recuperare la Gemma, Tony riesce finalmente a risolvere il rapporto conflittuale con il padre che si portava dietro dal primo film di Iron Man, mentre Cap rivede Margaret “Peggy” Carter, il suo grande amore con cui ha un ballo in sospeso dal primo film. Questo scorcio nel tempo, oltre ad essere funzionale per Tony e Steve, ufficializza le serie televisive come parte integrante dell’Universo narrativo (fino ad ora era stato il contrario), inserendo una comparsata di Jarvis, personaggio della serie Agent Carter.

Nel frattempo Nebula del 2014 riesce a catturare la sua versione futura e dopo aver scoperto che il viaggio nel tempo è possibile con le particelle Pym, le mostra a Thanos (che si presuppone sia in grado di replicarli grazie alle tecnologie a sua disposizione – in una scena precedente Rocket sottolinea che Stark è un genio solo per la Terra, lasciando intendere che nella Galassia ci siano persone molto più avanti tecnologicamente parlando) e si sostituisce alla sua controparte del 2023.

Purtroppo per recuperare la Gemma dell’Anima, come abbiamo tristemente scoperto con la morte di Gamora in Infinity War, è necessario un sacrificio. Un’anima per un’anima. E sono Clint e Natasha i due che sono andati a recuperarla su Vormir. Ed è così che inizia una gara tra i due per chi deve sacrificarsi. Hawkeye si sente in dovere di essere lui perché negli ultimi anni è stato un vigilante che ha ucciso un sacco di persone, Vedova Nera sa che lui ha una famiglia dalla quale tornare. Ed è così che è lei a gettarsi nel vuoto, in una scena strappalacrime, che si conclude in modo visivamente identico a quello della morte di Gamora.

Le Gemme sono state tutte recuperate e riportate al presente. Tony crea un guanto tecnologico stile Iron Man e il Professor Hulk, essendo uno dei pochi in grado di sostenere il potere scatenato dalle Gemme, schiocca le dita per far tornare tutti gli scomparsi indietro.

Purtroppo però la Nebula infiltrata apre un portale sul 2014 dal quale arriva Thanos con tutta la sua armata e distrugge il quartier generale degli Avengers.

Inizia la resa dei conti. I nostri tre protagonisti principali (Iron Man, Cap e Thor) si ritrovano faccia a faccia con il Thanos del 2014, che non ha nulla a che vedere con quello del 2018 che avevamo conosciuto in Infinity War. È un Thanos consapevole del successo della sua missione ed incazzato perché stanno cercando di impedirlo. La battaglia tra loro raggiunge il culmine quanto Cap impugna Mjolnir e inizia a martellare il titano pazzo. Una scena epica e costruita perfettamente. Thanos allora chiama a sé il suo esercito ed è allora che vediamo ritornare tutti i nostri eroi che erano scomparsi dopo lo schiocco.

Il combattimento finale è ciò che gli appassionati di fumetti aspettavano da dieci anni: una royal rumble di supereroi. Oltre cinquanta super star hollywoodiane che combattono contro Thanos e il suo esercito in una scena magniloquente che è un crossover tra la battaglia di Morannon del Signore degli Anelli e quella di Ready Player One. Un mix tra epica e cultura pop. Tutto ciò che noi nerd dei cinecomic volevamo e che ci era solo stato fatto assaggiare in Infinity War.

L’apice è quando si schierano tutti insieme e Cap pronuncia il suo mitico (e da anni solo accennato) «Avengers Assemble». C’è anche spazio per un commovente abbraccio tra Tony e Peter Parker e per l’incontro tra Starlord e la Gamora del passato.

Il combattimento si risolve con il ritorno di Captain Marvel che distrugge la nave di Thanos (alla faccia di chi dice che è stata inutile) mentre lui si ritrova faccia a faccia con Iron Man ed in possesso del nuovo guanto.

Doctor Strange indica a Tony che è arrivata quell’unica occasione di vittoria su quattordici milioni di possibili futuri da lui visti e lui, grazie alle nanoparticelle, riesce a rimuovere le Gemme dal guanto che aveva creato e ad unirle alla sua armatura. Quando Thanos schiocca le dita, ancora inconsapevole del furto delle Gemme, proclama «Io sono ineluttabile». Tony risponde con la sua battuta principale del primo film, «Io sono Iron Man», schiocca le dita e i buoni vincono. Thanos e il suo esercito svaniscono come nel finale di Infinity War. Il prezzo della vittoria è la vita di Tony Stark che muore con una scena speculare alla morte di Peter Parker in Infinity War. Un finale inaspettato ma perfetto.

Tutto è iniziato con lui, tutto finisce con lui.

La scena del funerale è magnifica. Tutti gli eroi divisi in gruppetti, tutti vestiti a lutto, mentre se ne va sul fiume il cuore artificiale che si costruì nel deserto e che lo tenne in vita nella sua genesi nel primo film.

Vediamo Clint e Wanda piangere i propri cari e Thor andarsene con i Guardiani della Galassia, lasciandoci intendere che lo potremmo ritrovare nel terzo capitolo dei nostri paladini cosmici, con Starlord ancora in cerca di Gamora.

Il film, o meglio la Saga, si conclude con Captain America che ritorna nel passato a «risolvere tutte le diramazioni», riportando indietro le Gemme e Mjolnir (e si presuppone anche ad impedire a Loki di scappare con il Tesseract).
Invece che tornare dopo pochi secondi nel presente, Cap si ferma nel passato.
Vediamo quindi un vecchio Steve Rogers a pochi metri dalla macchina del tempo che dice a Sam Wilson che dopo aver messo tutto a posto ha deciso di viversi «quella vita di cui Tony parlava tanto» in compagnia di Peggy Carter. Dopodiché gli consegna lo scudo, creando il malumore di molti spettatori. Captain America Sam Wilson è un personaggio recente che ha nella sua natura il non essere riconosciuto come tale, quindi la scelta a mio avviso è perfetta. Inoltre la scelta di Bucky che tutti si aspettavano era già stata fatta annusare fin troppo.

La scena finale è il famoso ballo mai fatto tra Cap e Peggy e un bacio. Nero. Fine. Senza after-credit. Solo il rumore di Tony Stark che si costruisce l’armatura Mark 1 martellando nel deserto nel primo film.

E ora? Come andrà avanti il Marvel Cinematic Universe? Con questo finale gli scenari sono molteplici, premesso che le uniche storyline rimaste aperte sono quella dei Guardiani della Galassia, Thor e Spider-Man (che come detto arriverà a luglio).
Partiamo dal presupposto che ora abbiamo tre linee temporali aperte: la linea temporale del 2023 dove Thanos ha fatto sparire tutti per cinque anni e Tony Stark si è sacrificato per far tornare tutti indietro, la linea temporale del 2014 dove Thanos è stato sconfitto e i Guardiani della Galassia non si sono ancora formati e una linea temporale in cui Cap è rimasto nel passato e dalla quale viene a far visita a Sam per cedergli lo scudo. Invece la timeline del 2012 in cui Loki riesce a scappare con il Tesseract dovrebbe essere stata corretta da Cap quando ha detto avrebbe sistemato tutte le diramazioni. O almeno così dovrebbe essere.

Ma tornando al futuro, con l’acquisizione della Fox da parte della Disney, la Marvel ha a disposizione tutti i mutanti, i Fantastici Quattro e il personaggio cosmico più fico in assoluto, Silver Surfer (i film di Tim Story non esistono nell’universo in cui vivo).

Sappiamo che Disney+, la piattaforma di streaming di Topolino in uscita a fine anno, ha già annunciato diverse serie ambientate in questo Universo: WandaVison che racconterà appunto le avventure di Wanda e Visione (probabilmente pre Infinity War o in una linea temporale alternativa), Falcon & Winter Soldier che potrebbe raccontare le avventure del nuovo Captain America, Hawkeye che darà finalmente uno spazio autonomo a Clint Barton, Loki che potrebbe appunto raccontare della fumosa linea temporale del 2012 e la serie animata What If che racconterà ipotetici sviluppi alternativi. Insomma, il futuro di questo Universo sarà sicuramente in parte anche televisivo. Sappiamo anche che dovrebbe uscire un film stand-alone su Vedova Nera e che molto probabilmente sarà un prequel.

Insomma, sono riusciti a restituire al mondo cinematografico la complessità di quello fumettistico, aspetto che solo chi conosce bene la carta stampata potrà ammirare ed apprezzare in pieno.

La grandiosità del progetto editoriale è stata proprio quella di utilizzare un bacino di ottant’anni di storie e trasformarlo in qualcosa di nuovo per un linguaggio totalmente diverso. Nel corso di questi anni sono stati presi elementi da saghe classiche e moderne e riutilizzati con un idea chiarissima in testa (cosa che i molti studi che stanno cercando di replicarne il successo non stanno afferrando). La Civil War fumettistica non ha niente a che vedere con quella cinematografica, ma ne mantiene i tratti principali ed è in funzione di un disegno ancora più grande. Stesso discorso vale per dettagli minori che però hanno regalato ai fan del cartaceo elementi che hanno potuto ricollegare a saghe importanti come World War Hulk o Secret Empire, rispettivamente con l’Hulk Buster (l’armatura potenziata di Iron Man per combattere con Hulk) in Age of Ultron e l’Hail Hydra pronunciato da Steve Rogers nell’ascensore per recuperare lo scettro di Loki in Endgame. Solo per citarne alcuni.

La cosa bella dell’ultimo capitolo è che, oltre ad autocitarsi visivamente con i viaggi nel tempo, si ricollega a battute dei singoli film, come per esempio la battuta di ingresso di Sam Wilson «a sinistra» o Spider-Man che attiva la modalità uccisione istantanea, esattamente come succede negli eventi fumettistici della Casa delle Idee.
Infatti, quando si legge un evento che coinvolge tutte le testate, c’è una serie di fumetti principali che può essere letta autonomamente, ma per capire, per esempio, perché Spider-Man ha detto una determinata battuta dobbiamo andare a leggerci il fumetto della testata di Spider-Man uscito in concomitanza con l’evento.

Ecco, ciò che sono riusciti a fare al Marvel Studios è esattamente questo. Un evento cinematografico (Avengers) che coinvolge alcune testate principali o quantomeno necessarie (Iron Man, Captain America, Thor, Guardiani della Galassia e Ant-Man) e ne tocca altre più autonome (Doctor Strange, Spider-Man, Black Panther e Captain Marvel). Non sto dicendo che le ultime siano meno importanti ma che potrebbero avere tranquillamente sviluppi indipendenti e che sono funzionali alla Saga solo in minima parte. Esattamente come succede nei fumetti.

I due momenti più criticati, per lo meno per ciò che ho sentito, sono le accuse di paraculismo per consegna dello scudo a Sam a favore degli afroamericani o la scena #metoo che vede Pete Parker protetto da tutte le super eroine dell’Universo Marvel. In realtà, il Cinema che guarda al presente non può fare a meno di considerare il contesto sociale e inoltre sono due grandi trovate. Inoltre, in questo universo cinematografico, Sam è il vero erede di Cap, molto più di Bucky.

Sicuramente il successo di questa operazione è dovuto al fatto che, nonostante tutti i grandi registi coinvolti, c’è una sola persona al timone di tutta questa baracca ed è Kevin Feige. La sua visione di insieme è chiara e il progetto editoriale funziona grazie al coordinamento di vari autori che, purtroppo non sempre, riescono a mantenere la loro poetica all’interno di un quadro più grande.

Ma la Big Picture è bellissima. Sicuramente i rapporti di forza in alcuni casi sono sballati (esattamente come succede nei fumetti), ci sono alcune piccole incongruenze narrative (esattamente come succede nei fumetti) e alcune scelte al momento appaiono incomprensibili (esattamente come succede nei fumetti), ma il linguaggio cinefumettoso è ufficialmente riconosciuto come fenomeno globale ed ha una sua grammatica definita (che sicuramente può essere non apprezzata da tutti, esattamente come succede nei fumetti).

Una cosa che è stata azzeccata fin da subito, sicuramente aiutata dai personaggi scelti, è il tono di tutto la saga, a cavallo tra l’epica e la commedia, ma che è riuscito a differenziarsi molto nel corso dei vari film. Abbiamo quindi il filone di Captain America più politico (Winter Soldier è uno spy movie ambientato nel MCU), Iron Man più fantascientifico, i Guardiani della Galassia sono una space opera che ricorda molto i primi Star Wars, Thor che parte da un tono Shakspeariano per finire nel comico autoironico, Ant-Man è più commedia e così via. Senza parlare delle campagna marketing che hanno accompagnato l’intero progetto che meriterebbero un approfondimento a sé.

Il successo del film (nel momento in cui scrivo ha già incassato oltre il miliardo di euro in quattro giorni) è stato costruito passo passo nel corso di undici anni, conquistando il suo pubblico pian piano e diventando un fenomeno cinematografico globale senza precedenti (stamani mentre ero a fare colazione al bar sentivo persone non sospette discuterne animatamente).

In un momento storico in cui il Cinema è diventato sempre più elitario e in cui le sale sono sempre più deserte a favore di visioni domestiche di prodotti seriali, avere un cinema seriale che abbisogna della sala per essere fruito come si deve (con un pubblico che lo ha capito) è sicuramente un tipo di produzione che fa bene al Cinema.

Vedremo come e dove si svilupperà il Marvel Cinematic Universe ma dati i presupposti ho totale fiducia in Kevin Feige e il suo team di autori.

Nel frattempo posso solo dire che tutto ciò che ho visto fino ad ora l’ho amato tremila.

Omar Rashid Autore

Omar Rashid
È il gran capo e fondatore di GOLD,‭ ‬scrive di tutto e gestisce‭ ‬il circo dei cervelli di questo splendido progetto.‭