ARTS

Dopo la bellissima esperienza dello scorso anno sono tornato alla Mostra del Cinema di Venezia, uno degli eventi che amo di più al mondo, e anche stavolta mi sono accasato sull’isola del Lazzaretto (oltre che in sala, dove ho avuto la fortuna di vedere quasi tutti i film premiati, ma ne parlerò poi) dove si…

Venice VR – La seconda edizione

Scritto il 10/09/18 da Omar Rashid

Dopo la bellissima esperienza dello scorso anno sono tornato alla Mostra del Cinema di Venezia, uno degli eventi che amo di più al mondo, e anche stavolta mi sono accasato sull’isola del Lazzaretto (oltre che in sala, dove ho avuto la fortuna di vedere quasi tutti i film premiati, ma ne parlerò poi) dove si è tenuta la seconda edizione di Venice VR.

Questa volta ero in missione per conto di Gold e, dato che è il settore sul quale stiamo spingendo di più è quello dello storytelling in video 360, mi sono concentrato prevalentemente sul VR Theatre, la sala VR allestita per la mostra.

Faccio un passo indietro per chi non conosce la struttura e la suddivisione che la Biennale di Venezia ha previsto.

Esistono tre sezioni: VR Theatre, Installations e Stand Ups.

Il VR Theatre appunto è una vera e propria sala VR, qualcosa che in qualche modo si avvicina di più al concetto di cinema tradizionale, ovvero cinquanta postazioni con visore con una programmazione che parte in contemporanea per tutti, creando così, per quanto la visione rimanga prettamente individuale, un’esperienza collettiva.

Le Installations sono invece vere e proprie installazioni che aggiungono qualcosa in più al visore. Si può trattare di una sedia particolare, di uno spazio in cui muoversi o addirittura di una stanza in cui bisogna interagire con degli attori.

Gli Stand Ups invece sono esperienze individuali da fare prevalentemente in piedi con un visore e senza troppe interazioni.

Come dicevo mi sono concentrato appunto sul vedere tutto ciò che aveva da offrire il VR Theatre proprio perché è il tipo di narrazione che personalmente mi interessa di più in quanto più vicino ad un concetto di Cinema.

Negli altri due casi si parla perlopiù di ricostruzioni digitali o vere e proprie esperienze virtuali che richiedono una macchina produttiva dietro con la quale non possiamo ancora competere.

In realtà molte delle opere Stand Ups erano, come le ha definite il Festival, lineari (senza interazioni), quindi fruibili anche nella saletta, ma per qualche ragione avevano la postazione singola, cosa che purtroppo mi ha penalizzato nella visione in quanto le richieste di visualizzazione erano superiori all’offerta e già dal primo giorno era tutto stra-prenotato.

Devo dire però che in qualche modo la mia scelta si è rivelata leggermente infelice.
Mi aspettavo infatti un notevole passo in avanti rispetto alla scorsa edizione e invece ciò che ho visto è stato molto simile a ciò che veniva proposto l’anno scorso, mentre il balzo l’ho notato nelle altre due sezioni, soprattuto quella delle Installations.

Come ho detto più volte, in questa fase embrionale non esistono errori veri e propri, ma si tratta sempre di sperimentazione ed innovazione. E su questo fronte devo dire che dei passi in avanti ci sono stati eccome.

Andando nello specifico ho avuto la fortuna di provare due esperienze davvero innovative nelle quali, oltre al visore, venivi fornito di uno zaino-computer, dei sensori alle mani e dei sensori ai piedi e ti ritrovavi ad impersonare un avatar in un mondo digitale.

Le esperienze che ho provato così sono state VR_I e Eclipse e devo dire che entrambe hanno dimostrato un potenziale incredibile.

Visualizza questo post su Instagram

Being an avatar at Venice VR #venezia75

Un post condiviso da Omar Rashid (@omarrashid) in data:

Nel primo caso si trattava di un esperienza virtuale collettiva. In cinque alla volta, dopo essere stati “equipaggiati”, venivamo trasportati in un mondo virtuale fatto di umanoidi giganti o in miniatura che iniziavano a ballare in stile capoeira e che lentamente (dopo aver passato i primi cinque minuti a guardarsi e a giocare con la propria ombra) ti coinvolgevano e ti stimolavano a ballare con loro.

Nel secondo caso invece si trattava di un’esperienza da fare in due coppie ed era un’escape room virtuale. Non so se avete mai avuto modo di sperimentare la loro versione “analogica” (cosa che consiglio vivamente), ma di base si tratta di un gioco cooperativo in cui bisogna risolvere dei rompicapo con l’aiuto dei propri compagni di squadra.
In questa avventura ci trovavamo su una navicella spaziale vicino al sole e dovevamo ripararla al fine di salvare l’umanità. Io e i miei tre compagni di avventura ce l’abbiamo fatta!
Ad oggi è l’esperienza VR che mi ha colpito di più.

Le altre esperienze che ho provato (rigorosamente in digitale) sono state Fresh Out (la storia di una carota che vive nel terrore di essere estirpata da un mostro gigante), Battlescar (la storia di un’adolescente portoricana che esplora la scena punk newyorkese, narrata da Rosario Dawson), In The Cave (un esplorazione di una grotta con un finale a sorpresa, ma decisamente troppo lungo per ciò che vuole raccontare) L’île des morts (un viaggio verso gli inferi in compagnia di Caronte, nonché vincitore del premio Miglior Storia VR).

Gli altri due premi sono andati a Spheres (Miglior Storia VR Immersiva) e ad Buddy VR (Miglior Esperienza VR) che sfortunatamente non sono riuscito a vedere, ma che mi impegnerò a recuperare quanto prima.

Ma passiamo appunto alla parte che ho “esplorato” di più.

Il VR Theatre, come già detto, è ciò che a me interessa di più.
Da un lato mi attrae molto l’aspetto collettivo, dall’altro il fatto che si tratti comunque di attori in carne ed ossa lo rende ancora più vicino al mondo del Cinema.

I “film” che ho visto sono:

Even in the rain di Lindsay Branham, la biografia in VR di Guillaume Ngobowesse, un uomo di fede islamica ritratto durante la guerra civile nella Repubblica Centrafricana. Nato con l’intenzione di ridurre i pregiudizi verso la minoranza musulmana attraverso il VR riesce nel suo intento. L’aspetto più forte è senza dubbio quello documentaristico o “di teletrasporto” che ci permette di entrare in un luogo che non conosciamo.

Half Life VR – Short Version di Robert Connor, un cortometraggio costituito da una parte della spettacolo Half Life del coreografo Sharon Eyal eseguito dal Balletto reale svedese. Sicuramente l’opera che ho apprezzato di più.

Ballavita di Gerda Leopold, la storia di una ballerina di tango che si perde in un viaggio onirico. Delle idee interessanti, ma a mio avviso si perde un po’ ed è eccessivamente lungo per ciò che vuole raccontare (34′).

Borderline di Assaf Machnes, un episodio della vita di Abraham, un soldato israeliano di origini etiopi, a guardia del confine assieme ad una recluta. Anche qui l’effetto teletrasporto è vincente, ma si fa fatica ad entrare troppo nella storia. Soprattutto per il continuo cambio di punto di vista (cosa presente anche nelle altre proposte, ma qui leggermente più invasiva).

Rooms di Christian Zipfel, il racconto di cinque situazioni diverse ambientate a Berlino narrate attraverso gli spazi. Molto interessante l’idea, un filo troppo lungo per ciò che succede.

Elegy di Marc Guidoni, un idea davvero forte, forse un po’ troppo annacquata, ma decisamente forte. È la storia di un ascensore di un albergo cinque stelle posseduto da un’anima perduta e di cui solo una cameriera conosce l’identità. Molto efficace perché dopo aver capito il gioco non ci sentiamo più estranei alla vicenda (cosa che invece succede spesso negli altri film).

4 feet: Blind Date di Marìa Belén Poncio, la storia di Synopsis Juana, una ragazza di 18 anni costretta su una sedia a rotelle, che organizza un appuntamento al buio attraverso un social network per esplorare la sua sessualità. La storia è molto carina ed è strutturata a flashback, aspetto davvero efficace per ciò che vuol raccontare.

Floodplain di Deniz Tortum, la missone di ricerca da parte di una squadra di soccorso in un bosco che nasconde al suo interno un albero incantato. Molto apprezzabile l’utilizzo delle tante comparse e delle location reali (molti degli altri erano girati in green screen), ma forse è quello che mi ha convinto meno.

Chiudo ringraziando i miei compagni di avventura (Michele, Cecco e Fabrizio) che hanno reso ancora più magico il soggiorno al Lido di Venezia.

Per quest’anno è tutto.

Spero di potervi raccontare che la prossima edizione dall’interno!

Omar Rashid Autore

Omar Rashid
È il gran capo e fondatore di GOLD,‭ ‬scrive di tutto e gestisce‭ ‬il circo dei cervelli di questo splendido progetto.‭