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Quante parole servirebbero ad un prolisso logorroico come me per difendere le proprie passioni? 10mila? 20mila? E poi, perché mai dovrei difendere le mie passioni e da chi? Facciamo un piccolo e doveroso passo indietro. Il 24 aprile a mezzanotte (quindi il 25) in Italia ed in qualche altro paese del Pianeta è uscito in…

Di Nietzsche e di padri, di procioni e di alberi

Scritto il 14/05/18 da Matteo Cabiola

Quante parole servirebbero ad un prolisso logorroico come me per difendere le proprie passioni?

10mila? 20mila?

E poi, perché mai dovrei difendere le mie passioni e da chi?

Facciamo un piccolo e doveroso passo indietro.

Il 24 aprile a mezzanotte (quindi il 25) in Italia ed in qualche altro paese del Pianeta è uscito in una serie di sale cinematografiche selezionate: Avengers Infinity War.

Lo so, lo so.

I media stanno parlando talmente tanto di questo film, in particolar modo i media specializzati, che in alcuni momenti della giornata mi verrebbe quasi da dare ragione a quelli che, a vario titolo e su vari social, prorompono sotto le news collegate al film con frasi tipo: “adesso basta parlare di ‘sto film!” “i supereroi hanno stufato!” “è solo roba per ragazzini e sfigati!” “James Cameron sta girando 166 sequel di Avatar!”

A che serve che ne parli anche io? Serve a difendere il film (e tutto ciò che rappresenta) dalle grinfie aride e spossanti dei detrattori del genere?

Forse sì, forse no.

Forse mi sono solo venute in mente una serie di cazzate pseudo filosofiche da scrivere a proposito di alcuni dei personaggi coinvolti nella pellicola in questione (ed in quelle precedenti) e Omar è troppo gentile e paziente per rispondere “hai rotto i coglioni” quando su WhatsApp gli propongo le mie idee malsane.

Ecco quindi la prima parte di una serie di articoli/saggi che andranno a toccare tutto ciò che questi ultimi 10 anni di cinema e fumetti mi hanno comunicato.
Si parte dal protagonista del film summenzionato, il motore narrativo di tutte le due ore e ventinove che hanno sbancato i botteghini di tutto il mondo.

L’eroe assoluto.

Della SUA storia.

Thanos, figlio di Mentore e Sui-San.

1-E se l’Oltreuomo di Nietzsche avesse il mento a scroto viola?

Procedo a copincollare direttamente da Wikipedia (chè il mio libro di filosofia del liceo chissà che cazzo di fine ha fatto):

Nella sua opera Così parlò Zarathustra (Also sprach Zarathustra) Nietzsche spiega i tre passi che l’essere umano deve seguire per divenire superuomo (uomo del superamento):

possedere una volontà costruttiva, in grado di mettere in discussione gli ideali prestabiliti;
superare il nichilismo, attraverso la gioia tragica e il recupero della volontà di potenza;
perpetrare e promuovere eternamente il processo di creazione e rigenerazione dei valori sposando la nuova e disumana dimensione morale dell'”amor fati”, che delinea un amore gioioso e salubre per l’eternità in ogni suo aspetto terribile, caotico e problematico.

Chi ha visto il film sa perfettamente che ognuno di questi punti viene pedissequamente seguito da Thanos nella sua missione per la riequilibratura del Creato.

La sua volontà, folle ed omicida ma nobile, è ferma ed incrollabile e si pone in netta antitesi con la cosiddetta “morale comune” che è, ovviamente, invisa all’idea tragica dell’assassinio.

Il superamento della morale comune per un obiettivo più alto è il fine ultimo che guida ogni gesto -dal più semplice al più drammatico- del Titano viola.

La sua missione, quasi messianica ed afflitta da una sorta di “complesso di Dio”, lo trascinerà a quello schiocco fatale di dita che cancellerà il 50% della Vita dall’Universo con tutto ciò che ne consegue (e tutto ciò che lo precede).

Thanos più volte nella pellicola afferma di “essere l’unico ad avere il coraggio di fare ciò che va fatto”, anche quando questo comporta il rinunciare sanguinosamente all’unico affetto che ha in tutto l’Universo.

Nel compiere l’insano gesto dell’omicidio della figlia adorata Gamora il Titano supera il nichilismo passivo senza più tornare indietro, supera anche il nichilismo attivo e accede a quella gioia tragica prevista dal filosofo più travisato della Storia; nella scena del ritrovamento della Gemma dell’Anima, Thanos assapora in egual misura la gioia del raggiungimento dell’ennesimo obiettivo e l’orrore del gesto appena compiuto, scena che emotivamente si ripete – in “dimensioni” ancora maggiori- nel dialogo onirico fra lui e Gamora bambina dopo lo schiocco.

“Alla fine lo hai fatto”
“Sì”
“E quanto ti è costato?”
“Tutto.”

In quel disperato e sommesso “tutto” assaggiamo già i prodromi del fallimento, ipotetico, del Titano.

Nei fumetti Thanos è sempre esso stesso il “bastone fra le ruote” che fa crollare inesorabilmente i piani complicati che elabora, poiché intimamente non si ritiene degno del potere incommensurabile che spesso ammassa nelle sue gigantesche manone.

E se Thanos non fosse altro che una critica velata e umanistica che il suo creatore, il geniale e linguacciuto Jim Starlin, fa alla filosofia nietzscheana?

Prendiamo come esempio il terzo punto espresso da Chicco nella sua opera magna, riportato poco sopra. Thanos sposerebbe veramente la dimensione disumana dell’amor fati? Amerebbe davvero la gioiosa eternità in ogni suo aspetto? Ma soprattutto, cosa straminchia è l’amor fati?

Procediamo con calma.

Nel film Thanos fa quello che fa poiché convinto che l’Universo non abbia la possibilità di sostenere a lungo termine la vita, le risorse sono limitate così come il Creato stesso.

Quindi distrugge, per ripartire. Non crea.

I suoi valori sono velati di ingenuo (anche se suona strano a dirsi) buon cuore, ma sono estremamente matematici e razionali, privi cioè di quell’afflato creativo e squisitamente artistico al quale anelava Nietzsche.

E già qui la gigantesca faccia da uva passa fa il primo errore inconscio.

Proseguendo poi di questo passo, Thanos riuscirebbe davvero ad amare la ciclicità dell’eterno ritorno?

Quell’eterno ritorno produrrebbe, come primo effetto, il crollo del risultato faticosamente raggiunto dal Titano. La gente, lentamente ma inesorabilmente, tornerebbe a crescere e a ripopolare quell’Universo svuotato dalle azioni del gigantesco alieno, così facendo i problemi si ripresenterebbero tali e quali a prima.
E tanti saluti alla stamberga dalla quale faticosamente guarda un’alba calda e tranquilla nel folle finale del film.

Per finire, subentra il cosidetto amor fati nella trattazione del personaggio.

L’amor fati è l’innamoramento dell’oltreuomo per il terrificante destino al quale non è in grado di sottrarsi (poiché, come già detto, è l’unico che può compierlo). In tutta onestà, Thanos sarebbe sul serio innamorato di un fato che inesorabile lo sconfiggerebbe? Oppure dentro di sé, in quella oscura vastità che lo forma, sa già perfettamente che cercherà di ribellarsi ad esso ripudiandolo? Cercando di modificarlo all’infinito?

L’oltreuomo di Nietzsche accetta l’arbitrarietà degli inaspettati accadimenti umani poiché esso è al di là del tempo (senza l’uso di una Gemma).

Non ce lo vedo Thanos che osserva l’Universo sputare sul suo operato ripopolandosi in fretta e furia senza fare un cazzo.

Thanos non è l’oltreuomo poiché l’oltreuomo non può esistere, nemmeno incarnato in un gigante viola di tre metri onnipotente e con una fichissima astronave.

Questo sembrano suggerirci Starlin, i Russo e gli sceneggiatori del film.

Difficile dire se sono d’accordo o meno, gli ideali nietzscheani sono così alti e permeati di possanza filosofica che, forse, l’unica cosa che l’uomo (non importa quanto grosso o potente) può fare è non smettere di inseguirli, perlomeno nella loro accezione più positivista ed umanista.

Ma c’è una cosa che Thanos è di sicuro, nel bene e (soprattutto) nel male.

Thanos è un padre.

E questo ci porta dritti alla prossima puntata…

(e pensare che dovrebbero essere solo storielle di idioti in calzamaglia).

-CONTINUA-

Matteo Cabiola Autore

Matteo Cabiola
Detto prosaicamente Teo, 30 something che si vanta di sapere un sacco di cose sui fumetti e sul cinema, di avere mille passioni ed hobbies ma che in realtà è interessato solo alle tette. Dal vivo è più grasso.

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