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 Scrivere una recensione di questo disco non è affatto un lavoro semplice, ma sento proprio di non poterne fare a meno. Ho voluto ascoltare più volte tutti i brani, anche a distanza di qualche giorno, a questo si deve il ritardo nella pubblicazione di questo articolo, mi scuso. Non potevo, però, parlare di un disco…

Enemy – Pensieri sull’ultimo album di Noyz –

Scritto il 20/04/18 da Filippo Colivicchi

 Scrivere una recensione di questo disco non è affatto un lavoro semplice, ma sento proprio di non poterne fare a meno. Ho voluto ascoltare più volte tutti i brani, anche a distanza di qualche giorno, a questo si deve il ritardo nella pubblicazione di questo articolo, mi scuso. Non potevo, però, parlare di un disco simile, forse l’ultimo di Noyz, senza un’adeguata riflessione, senza che il tempo mi desse occasione di cambiare idea rispetto alle prime impressioni. Fortunatamente ora ho le idee chiare.

Innanzitutto mi sembra necessario chiarire una cosa palese. Il pubblico rap si divide fondamentalmente in due generazioni: una che ha conosciuto il rap italiano prima del 2000, vedendolo nascere, ed una successiva, che l’ha approcciato nel nuovo millennio. L’appartenenza alla prima o alla seconda di esse cambia necessariamente la propria esperienza personale con il personaggio di Noyz Narcos. Se, infatti, coloro che hanno convissuto con i Radical Stuff e poi i Sangue Misto lo hanno conosciuto quando erano già maturi, potendo farsi un’opinione positiva o negativa sul suo lavoro, quelli che negli anni novanta (o poco prima) ci sono nati, sono nati con Noyz. Parliamo di una figura mitologica, che con un collettivo di figure a modo loro pittoresche, ha completamente squarciato l’andamento della scena con un fenomeno chiamato Truceklan, epica unione tra Truceboys e In the panchine. Ai tempi quei pischelli vestiti di nero che parlavano di tutto ciò fosse appunto truce, mezzo in italiano e mezzo in inglese, dovevano sembrare quasi come un Dark Polo ante litteram, ma da quello scenario si è elevato Noyz Narcos, quello che più aveva le carte in regola. E con i suoi dischi una generazione ha riscoperto il rap e amato la cinica atmosfera di rabbia e disagio che i suoi testi trasudano, uno sfogo dopo l’altro.

Era altrettanto palese, però, ben prima che uscisse Enemy, che quel Noyz non esistesse più. Trasferitosi a Milano, fondato lo store Propaganda e defilatosi da una scena a cui ora rimprovera una strutturale mancanza di genuinità, era difficile sapere cosa aspettarsi da questo disco. Non nego che l’uscita della tracklist, con collaborazioni con figure come Capo Plaza, Carl Brave e Achille Lauro, mi aveva fatto rabbrividire ma la speranza che Noyz rimanesse lo stesso e non tirasse fuori la trappata solo per vendere qualcosa in più restava comunque. Dal canto mio, nei giorni precedenti mi auspicavo di sentire dei pezzi in cui ci fosse, con la stessa dose di hardcore, anche una maggiore maturità psicologica dell’artista. Insomma una crescita a livello personale di Noyz, benché non necessariamente nella qualità della musica, non volevo un disco fotocopia del passato né una cover fucsia. Beh sono stato tutto sommato fortunato.

Ci sono tre aspetti da chiarire: le basi di Skinny, i featuring e la parte di Noyz.

Per quanto riguarda Skinny, con mia grande gioia, ha confermato di essere capace di unire vecchia e nuova scuola della tradizione del djing, utilizzando suoni classici ed elettronici e creando basi di grande potenza. Il suo apporto nel disco è di fondamentale importanza, sembra aver capito perfettamente il flow di Noyz, la cui cadenza pare concepita per quei beats. A dimostrare quanto sia cruciale l’intesa e la reciproca comprensione tra mc e dj per la buona riuscita di un disco. Non so sinceramente come interpretare il suo aver ripreso per il pezzo “Matanza” lo stesso sample utilizzato da dj Fastcut in “Non ti preoccupare” con Claver Gold e Zampa (“You don’t have to worry”, Doris e Kelly). Spero che sia un riconoscimento di merito, in quanto non credo che Skinny si abbassi a copiare un sample di un disco di poco più di un anno fa. In ogni caso, è l’unico che riesce a farmi piacere alcune basi che normalmente giudicherei troppo trap.

I featuring sono, come era prevedibile, la nota più ambigua dell’album. In ordine sono Salmo, Luchè, Capo Plaza, Coez, Achille Lauro, Rkomi e Carl Brave x Franco 126. Permettetemi di sfogarmi con la prima impressione, poi vi dico quella finale. Che cazzo, perché deve esserci gente che rovina i pezzi di un disco? Non c’è una singola strofa di un feat che regga accanto a quella di Noyz, ringrazio Coez e quelli che hanno fatto solo il ritornello. Bene, ora che mi sono tolto un rospo enorme, posso procedere in modo più saggio. Come sappiamo, Noyz è interessato alla parte migliore della trap e delle nuove leve, deve avere fiducia in alcuni di questi ragazzi e ha voluto che questo suo disco fosse un ponte tra lui e questa generazione. Inoltre, obiettivamente, c’era bisogno di qualche variazione alla voce di Noyz per avere un disco più liscio. Lo capisco, ma ciò non toglie che di fatto nessuna collaborazione aggiunge vero valore ai pezzi di Enemy. Mi fermo qui.

Noyz. Per prima cosa grazie, perché “Sinnò me moro” per me è un pezzo meraviglioso, la sintesi di ciò che cercavo in questo disco e me lo ascolterò mille volte. Lì c’è la vera maturità raggiunta, la nostalgia di Roma, la grinta di avere ancora messaggi da dare e una rabbia che convive con una nuova amarezza di fondo. Il tutto con lo stile spaccone dei migliori brani targati doppia N. Il campionamento di Gabriella Ferri, un’artista a lui molto cara, lo fa sentire ancora più suo e dà proprio la sensazione di conoscerlo meglio. Grazie anche per essere rimasto sempre così, cambiando ma non trasformandoti, a prova che la maschera da personaggio non ce l’hai mai avuta e non riusciresti a metterla. Egli stesso racconta che quando registra un pezzo, al di là del testo, mette sempre lo stesso approccio sul beat ora come la prima volta che prese il microfono,  segno distintivo del suo modo di fare musica e si sente. Sinnò me moro è una landa desolata piena di tentativi inutili e punteggiata di qualche dolce ricordo, una sensazione nota a tutti, in cui si arriva per forza ad un fiero sconforto. Il testo è tutto da leggere, io voglio riportare le quattro barre che con maggiore espressività credo esprimano il moto interno dell’artista.

Le meglio stelle, brillano ‘ste luci:

storie maledette di ragazzi truci

e tutti i soldi che bruci a cosa so’ serviti?

Almeno ti racconteremo che se semo divertiti da pischelli

Va detto, inoltre, che la qualità media di tutte le sue strofe dell’album è alta, si apprezzano i vari pezzi a livelli diversi a seconda della sensibilità personale. 

In conclusione, come non poteva essere altrimenti, anche quest’ultimo passo di Noyz ha lasciato un solco bello grosso, senza tradirsi più dello strettamente necessario e rendendo felici o almeno allegri un po’ tutti quelli che aspettavano il disco. Al di là delle critiche e dei pareri personali, questo è un’obiettivo fondamentale per un lavoro del genere, tenuto sotto pressione da più lati. Non resta che sperare che gli torni la voglia di mettersi a registrare altri pezzi prima o poi, nel frattempo aspettiamo altre opere in quest’anno di l’hip hop , pronti a parlarne su Doppia H. A venerdì prossimo!

Filippo Colivicchi Autore

Filippo Colivicchi

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