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La triste vita degli agenti russi uccisi a Londra già l’abbiamo vista C’è qualcuno che ha commissionato e poi eseguito una serie di omicidi a Londra legati al mondo degli oppositori di Putin e agli ex agenti del KGB. Molti di questi omicidi e tentativi di omicidio sono stati perpetrati tramite agenti chimici, che sembrano…

Il cinema che spiega il mondo: la spia che venne dal freddo

Scritto il 21/03/18 da Gabriele Niola

La triste vita degli agenti russi uccisi a Londra già l’abbiamo vista

C’è qualcuno che ha commissionato e poi eseguito una serie di omicidi a Londra legati al mondo degli oppositori di Putin e agli ex agenti del KGB. Molti di questi omicidi e tentativi di omicidio sono stati perpetrati tramite agenti chimici, che sembrano provenire da laboratori russi. Il governo russo nega ogni legame, quello britannico sembra implicare che invece una responsabilità ci sia, se non altro per la scarsa collaborazione nelle indagini riguardo gli agenti chimici con cui sono stati perpetrati.
E nonostante ad un occhio abituato alla letteratura e al cinema di spionaggio sembri abbastanza scontato il coinvolgimento dei servizi segreti russi, i più esperti di questioni internazionali non ne sono così persuasi.

Qualunque siano le ragioni dietro questa serie di omicidi e tentativi, sia quelli dell’ultimo periodo che quelli che negli ultimi 13 anni nel Regno Unito hanno coinvolto persone legate al governo o all’intelligence russa, lo scenario somiglia molto più ad una storia di LeCarrè che ad una di James Bond, cioè risponde ad un modello di narrazione dello spionaggio che non è quello avventuroso, concitato e clamoroso, di alto livello, dal respiro internazionale e desiderabile, ma uno più dimesso, grigio e provinciale. Non c’è avventura dietro queste morti ma più l’esecuzione di una sentenza senza il compiacimento del cinema d’azione ma con la rassegnata e dimessa tristezza delle circolari da ufficio.

Cosa ci sia dietro questo genere di intrighi e soprattutto quanto nonostante le apparenze si tratti di trame di corridoio, piccinerie e dinamiche da ufficio, lo ha raccontato benissimo il cinema proprio appoggiandosi a quella letteratura che da LeCarré in poi ha mostrato la vita della spia come quella di un impiegato. LeCarré stesso veniva da una carriera da agente segreto e le storie dei suoi personaggi riflettevano i tempi dilatati, le attese e la solitudine di una professione più sfigata che cool, in cui la morte è un dettaglio privo di alcun clamore.

La spia che venne dal freddo in particolare, nella versione di Martin Ritt del 1965 (quella con Richard Burton nel ruolo protagonista), sembra rappresentare le dinamiche e gli esiti dei fatti di cronaca di queste settimane, mettendo in scena rapporti di forza e passaggi di fronte tra spionaggio russo e britannico. Del resto Sergei V. Skripal, l’uomo avvelenato sulla panchina tramite il profumo della figlia, era un agente segreto russo che 20 anni fa aveva fatto il doppio gioco.

Nel film l’agenzia di spionaggio britannica declassa un agente e lo dipinge come un alcolizzato per attirare i servizi segreti russi, interessati a portarlo dalla loro parte. Così avviene puntualmente e l’agente Leamas, pur subendo questa decisione dall’alto, entra in contatto con alcuni degli agenti nemici che si occupano di questo, del controspionaggio e del doppiogioco. Dovrà tenere il piede in due staffe per riportare ai propri superiori tecniche, nomi e sistemi di reclutamento.

L’idea molto forte che viene lanciata in quella storia, e che sembra fare facilmente eco nella realtà dei fatti, è la spia come vittima di decisioni che avvengono molto sopra la propria testa e che le fa saltare facilmente. Metodi estremamente cruenti vengono utilizzati con una nonchalance che ben si accoppia alla rigida struttura burocratica, e del resto anche la freddezza con cui le istituzioni sembrano trattare la materia e occuparsi delle indagini suonano familiari a chi abbia visto La spia che veniva dal freddo.

Le lunghe attese, i tempi dilatati e l’idea che una ripicca, una vendetta o una morte possano avvenire in qualsiasi momento, che la macchina statale si muova in maniere che sono imperscrutabili anche agli agenti stessi, ultimi anelli di catene di cui non sanno bene tutta la composizione e di cui spesso ignorano i veri scopi, è tutto quello che in La spia che veniva dal freddo cambiava il panorama intorno all’agente segreto e al suo lavoro, iniettando in un genere esagerato di suo una forte dose di mogio e grigio realismo.

Come sia possibile che una spia sia una persona che subisce decisioni, anche mortali, senza comprendere bene cosa stia accadendo, senza avere indizi o avvisaglie, solo il cinema ce lo ha davvero spiegato. Con le scene silenziose in cui qualcuno si rende conto che intorno a sé di colpo tutto è cambiato, che tira un vento ormai diverso e che la sua fine è a quel punto imminente. Seguiti, monitorati o semplicemente ignorati dai propri superiori, gli agenti sono abbandonati magari per anni e poi follemente rimessi in giro o fatti fuori. Come un impiegato in una grande azienda sono pedine la cui volontà e le cui esigenze non contano niente.

Gabriele Niola Autore

Gabriele Niola
vive a Roma, scrive di cinema da quando esistevano i blog. È critico di cinema per Badtaste, Wired e GQ, di videogiochi per BadGames e Wired, è autore di Splendor e il corrispondente dall'Italia di Screen International

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