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Il Cinema che spiega il mondo: Black Panther

Scritto il 1/03/18 da Gabriele Niola

Pro e contro della politica estera dell’America di Trump.
La spiega a tutti Black-Panther

Non da oggi gli Stati Uniti d’America si chiedono e rinegoziano la propria identità rispetto al resto del mondo. Tra isolazionismo e interventismo, la politica estera ha determinato per tutto il novecento cosa, quella nazione, abbia rappresentato a livello mondiale. E se le varie decisioni di intervenire in questioni internazionali non sono mai state prive di un forte interesse e un potente tornaconto, anche l’approccio promesso e fino ad ora mantenuto del presidente Trump di pensare prima all’America, riducendo non solo le azioni ma anche l’influenza sugli altri paesi, è non diversamente guidata da un interesse.

Ci è voluto un anno perché il cinema rappresentasse questa (e altre) nuove tendenze. In Black Panther lo stato fittizio di Wakanda, quello in cui il supereroe africano è nato e regna, sembra una metafora degli stessi Stati Uniti e lungo tutta la storia si chiede proprio che atteggiamento tenere nei confronti del mondo, prima accarezzando posizioni trumpiane e poi smentendone la bontà con i fatti dell’intreccio.

Nella trama Wakanda è un paese in mezzo all’Africa che nasconde la propria identità. Praticamente è uno stato-supereroe, apparentemente simile agli altri paesi africani, perchè indietro nello sviluppo tecnologico e non particolarmente benestante, mentre in realtà possiede una tecnologia avveniristica che lo rende la nazione più potente del mondo, solo che nessuno lo sa. Quella stessa tecnologia è infatti usata per nascondere il cuore e le città futuristiche di Wakanda. Il mondo non deve saperne la vera identità altrimenti cambierebbe atteggiamento, chiederebbe aiuto, minaccerebbe lo stato che invece prospera nella pace più assoluta.
Non solo, Wakanda è un stato-supereroe anche perché con la sua identità segreta, con i suoi jet invisibili e i suoi eroi, segretamente aiuta gli altri paesi e sgomina la criminalità internazionale.

Nel corso del film la leadership del suo regnante (il protagonista) sarà messa a repentaglio e ad un certo punto sostituita dal cattivo, espediente perfetto per causare un cambio di presa di coscienza. Se inizialmente la linea guida infatti è che non ci debbano essere interferenze con l’estero, il benessere di Wakanda viene prima di tutto, alla fine sarà evidente che invece il paese deve intervenire, che la decisione più giusta è interessarsi a quel che accade nel resto del mondo, cercare di dare un indirizzo e di migliorarlo, altrimenti sarà proprio Wakanda a creare i cattivi che poi lo minacceranno lo stesso (cosa familiare al popolo americano se si considera il loro coinvolgimento nella nascita di Al Qaeda).

C’è di più però. Il parallelo con la situazione politica attuale degli Stati Uniti echeggia anche in un altro dettaglio di Black Panther. La città avveniristica di Wakanda ha anche una forte regolamentazione anti-immigrazione (favorita più che altro dall’essere nascosta e introvabile) perché, viene detto chiaramente: “Portare persone da fuori dentro Wakanda, porterebbe anche i loro problemi”. Insomma non hanno costruito muri ma hanno metodi più efficienti, cioè una barriera invisibile che impedisce a chiunque di vederli.

Non è una novità che la fetta (grossa) di Hollywood cui appartengono i Marvel Studios (cioè Disney) sia anti-Trump e abbia un atteggiamento sostanzialmente progressista. Tuttavia è significativa la maniera in cui le questioni qui siano prese di petto. Se non meraviglia che questo avvenga in un film molto commerciale (sono proprio questi che meglio danno spallate all’attualità), stupisce come quello che è un film sulla consapevolezza afroamericana, sul riscatto della black culture, diventi anche un film in cui, a fronte della storia e dell’intreccio dei singoli personaggi, esista anche tutta una chiara lettura della nazione come personaggio dotato di una sua evoluzione.

Black Panther non dice qualcosa solo sul ruolo degli afroamericani (finalmente potenti, finalmente eroi per il retaggio africano, finalmente i migliori) ma soprattutto dice qualcosa sul paese in cui è prodotto facendo fare a Wakanda il passaggio da pro a contro Trump. Ne illustra le ragioni prima, facendole sembrare molto ragionevoli e sensate (dopo tutto Wakanda è un posto ideale) e poi le demolisce non a parole ma con gli esempi portati dalla trama, mostrando come quell’atteggiamento che sembrava così buono e ragionevole sia pieno di problemi e offra il fianco a più guai di quelli che sana. Al di là della presa di posizione, con cui si può concordare o meno, è evidente che il film proponga un modo di ragionare inattaccabile: comprendere bene l’avversario invece di demonizzarlo e cercare di dimostrare le proprie ragioni con i fatti (per quanto inventati) invece che con le parole.

Gabriele Niola Autore

Gabriele Niola
vive a Roma, scrive di cinema da quando esistevano i blog. È critico di cinema per Badtaste, Wired e GQ, di videogiochi per BadGames e Wired, è autore di Splendor e il corrispondente dall'Italia di Screen International

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